C’è chi dice che per apprezzare meglio post mortem bisogna astrarsi dai lavori precedenti de i cani, per non essere spiazzati dall’apparente distanza dai vecchi dischi. Ma per me è l’esatto opposto. Post mortem chiude – forse definitivamente – un ciclo aperto nel 2011 con Il sorprendente album d’esordio de I Cani e proseguito con Glamour (2013) e Aurora (2016).
Il primo album si apre con Theme from cameretta e dichiara fin da subito una totale adesione alla realtà e alla concretezza del quotidiano, di cui Contessa sembra accettare con entusiasmo – forse per la giovane età – anche i lati più contraddittori. Nell’Introduzione di Glamour, invece, l’autore afferma: “Non mi interessa l’opinione di chi la sa lunga / io voglio raccontare e voglio che mi si racconti / perché anche il poco che sappiamo è meglio di niente”. L’entusiasmo originale comincia a scemare, lasciando spazio al disincanto: il quotidiano viene quasi raccontato con nostalgia. In Aurora, infine, quei riferimenti ai pariolini e alle storie di persone vere sembrano dissolversi sotto al peso di riferimenti astratti che già cominciavano a palesarsi nel lavoro precedente. L’ultima traccia in particolare, Sparire, è il vero ponte verso post mortem: l’accettazione del proprio destino.
Già il titolo è molto chiaro: la morte è il centro del progetto, ma non quella lugubre figura con la falce, o, meglio, non solo. La morte dell’album è il tredicesimo Arcano Maggiore dei tarocchi: la Morte come ineluttabile necessità e al contempo liberazione. La certezza della morte, più poeticamente dello “sparire”, sembra aver sciolto ogni dubbio, riportando Contessa al quotidiano, ma con un nuovo sguardo. Non c’è più il racconto secco della realtà, ma una poesia delle cose, che prendono o perdono valore proprio in quanto reificate. In post mortem, Contessa sembra trovare una linea mediana tra le schopenhaueriane divisioni dell’umanità: non è né un “lottatore” né un “contemplatore”. Non si oppone strenuamente alla Volontà, ma non si rifugia nemmeno in sé stesso e nella rinuncia. La sua lotta è proprio l’analisi cruda della realtà, che gli permette di vedere, prendere distacco da una società che non lo aggrada, pur sapendo di non poterlacambiare. Non a caso, nella tracklist, è sparita ogni lettera maiuscola: una scelta stilistica forse sintomo di una visione più spoglia di sé. Persino il nome del gruppo è diventato ufficialmente “i cani”, in minuscolo.
Post mortem è una meravigliosa e intimistica analisi del sé e dell’altro, già evidente dai primi due brani. Io e buco nero ci mettono davanti a uno specchio: ci mostrano le contraddizioni, ci obbligano a riconoscere che, spesso, siamo noi stessi i nostri peggiori nemici. Lo fanno in modi diversi – con domande e risposte dirette nel primo, e con immagini più narrative nel secondo – ma con lo stesso effetto. Le ripetizioni non lasciano scampo, “chi, io, un buco, un buco nero”. Sembrano quasi ritornelli liturgici e ossessivi che accompagnano la riflessione e aiutano a comprendere la realtà. Le ripetizioni, infatti, sono presenti in tutti i testi, anche quelli all’apparenza più “semplici” Anche le melodie, lente o ritmate, sono molto semplici, al servizio della voce di Contessa – sempre leggera – e sono impreziosite solo da alcuni giri armonici. Anche in questo album inoltre è presente una canzone interamente strumentale, in questo caso proprio la title track.
Queste ripetizioni accompagnano le contraddizioni dell’essere umano, soprattutto di chi sente di non essere omologato alla massa (f.c.f.t.) e di chi si sente sempre e irrimediabilmente colpevole. La denuncia non è sterile, ma fa parte di una critica sociale e politica, da parte di un uomo disilluso dal mondo, o perlomeno dalla parte di esso in cui è nato: “L’adulto medio è disperato / depresso funzionale, terrorizzato”.
È un album intenso e diretto, che richiede più ascolti per comprenderne ogni singola parola, ma che, già dal primo,afferma chiaramente il proprio manifesto poetico. È profondamente personale, e, forse per questo, universale. Due canzoni – le mie preferite – lo ribadiscono con forza: felice e un’altra onda. Felice si apre con un riferimento animale – come madre e forse figlio del simbolismo di Nabucodonosor(I Cani Baustelle) – e pare distruggere il più grande sogno dell’uomo, la felicità. Si tratta però di una distruzione costruttiva, come nella lirica greca: la felicità non viene negata, ma osservata nel suo essere irraggiungibile e dunque ricondotta a cose più semplici, di cui ci si può accontentare. “Come Gregor Samsa sotto il sofà / Che spia la sorella / Felice, / Credo di essere felice”. L’ultimo brano, invece, un’altra onda, è il perfetto riassunto ed epilogo di post mortem: un inno alla vita reale, difficile ma vera. Sta a noi decidere se seguire o meno la corrente e se provare a “toccare il fondo”.
Articolo a Cura di: Emma Salone

Fin da piccola appassionata di cantautorato e, forse per questo, per me un bel testo viene prima di tutto. La musica, in fondo, è la forma più naturale di catarsi.
