C’è un modo semplice per capire quanto Robyn abbia inciso sul pop contemporaneo: ascoltare cosa dicono gli altri artisti. Harry Styles la considera capace di trasformare il dolore in gioia collettiva. Charli XCX la cita come riferimento esplicito. Gracie Abrams racconta di aver capito grazie a lei che il pop può cambiare forma. Persino Ariana Grande sembra averne raccolto l’eredità emotiva, anche attraverso il lavoro di Max Martin.
Il punto è semplice: il pop di oggi non esisterebbe così com’è senza di lei.
Quando debutta con Robyn Is Here, a metà anni ’90, Robyn si inserisce nella grande tradizione svedese – quella degli ABBA – ma fin da subito mostra qualcosa di diverso. Non segue una formula: la costruisce. Negli anni affina uno stile riconoscibile, fatto di pochi elementi ma usati con precisione chirurgica. Pop essenziale, emotivo, diretto. Canzoni che fanno ballare e, nello stesso momento, scavano.
Con Sexistential, il primo album dopo otto anni, quel linguaggio torna in una forma ancora più consapevole. Già dal titolo si capisce la direzione: desiderio ed esistenza si intrecciano in un racconto personale che mette insieme corpo, identità e libertà.
La differenza, oggi, sta nello sguardo. Robyn non è più la ragazzina degli esordi né l’icona fragile degli anni Body Talk. È una donna adulta che porta dentro le canzoni la propria esperienza: la maternità da single, il dating contemporaneo, il rapporto con la sessualità. Temi concreti, a tratti anche scomodi, ma raccontati con leggerezza e ironia, senza mai appesantire il tono.
C’è un equilibrio continuo tra confessione e distanza. Da una parte l’estrema sincerità, dall’altra la capacità di smontarla con una battuta, un’immagine inaspettata, un cambio di prospettiva. È qui che Sexistential trova la sua voce: nella convivenza tra profondità e gioco.
Dal punto di vista sonoro, il disco resta saldamente ancorato alla dimensione dance. La cassa dritta è il motore, ma non è mai fine a sé stessa. Robyn lavora sul ritmo come se fosse materia emotiva: non solo le note, ma anche gli spazi tra i suoni diventano significativi. Il risultato è un pop che respira, che si muove senza mai essere sovraccarico.
Accanto a lei c’è ancora Klas Åhlund, complice di lunga data, con cui costruisce un equilibrio sottile tra minimalismo e dettaglio. Si sente che il disco è passato attraverso anni di scrittura, pause, ripensamenti. Non è un lavoro immediato, ma stratificato, levigato nel tempo.
Eppure, nonostante questa complessità, Sexistential resta un album diretto. Non cerca rifugio nella nostalgia, anzi la evita deliberatamente. In un momento in cui il pop guarda spesso al passato, Robyn sceglie di restare nel presente, anche quando è più scomodo o incerto.
È una scelta che paga. Perché invece di inseguire l’ombra di Body Talk o replicare l’impatto di Dancing On My Own, Robyn prova a spingersi oltre il proprio mito.
Il risultato è un disco che non ha bisogno di dimostrare nulla, ma che finisce comunque per dire molto. Su di lei, sul pop, e su cosa significa oggi scrivere canzoni che sappiano essere insieme intime e collettive.
Sexistential non è solo un ritorno. È un promemoria: certe artiste non seguono il tempo, lo definiscono.
Articolo a cura di Angela Todaro
