Torino aveva bisogno di tornare a suonare. Dopo la fine — chiamarla disfatta non è esagerato — del Todays Festival, che negli anni aveva portato nel capoluogo piemontese alcuni dei nomi più interessanti della scena alternativa internazionale, il vuoto si è fatto sentire. E non solo sui palchi, ma anche (e soprattutto) nei cuori di chi vive la musica come resistenza, incontro, esplorazione.
È da quel vuoto che nasce Monitor Festival, ideato da Gianluca Gozzi, lo stesso che aveva dato vita al Todays. Ma guai a pensare che sia un semplice “figlio di”: Monitor è qualcosa di diverso, più piccolo forse, ma più intimo, più necessario. Anzi, più voluto. Perché quando una scena rischia di morire, non serve un miracolo: serve qualcuno che, testardamente, la rimetta in piedi. E Gozzi e il team di Spazio211 hanno fatto proprio questo.
Il festival si è tenuto il 10 e 11 luglio nella storica venue di via Cigna, nella torinese Barriera di Milano, quartiere ruvido e bellissimo, che continua a essere il cuore pulsante dell’indie cittadino. Due giorni di concerti, dalla golden hour fino a mezzanotte, in uno spazio all’aperto che ha saputo accogliere pubblico e artisti in un’atmosfera rilassata ma densa, mai scontata. Non numeri da grandi eventi, certo — ma chi c’era sa di aver visto qualcosa che mancava da troppo.
Primo giorno: punk, sudore e rivelazioni
Giovedì si è partiti col botto, con una line-up che ha alternato nomi italiani e internazionali, capaci di tenere alto il livello fin da subito. I torinesi The Cherry Pies hanno aperto le danze con il loro garage-folk ruvido e ironico, perfetto per rompere il ghiaccio e spingere i primi passi sotto al palco.
Poi è salito sul palco Richard Dawson, cantautore britannico dalla penna intensa e la voce sporca di verità. Il suo set è stato un piccolo viaggio tra folk apocalittico e spoken word psichedelico, che ha tenuto il pubblico inchiodato, incuriosito, forse anche un po’ destabilizzato (in senso buono).
A sparigliare le carte è arrivata Luvcat, artista dalle atmosfere dark-pop venate di glam, una specie di Nico cresciuta a Berlino Est tra sintetizzatori, ossessioni notturne e club decadenti. Il suo è stato uno dei set più chiacchierati: ipnotico, teatrale, straniante quanto basta.
E poi… gli Shame. Signore e signori: che cazzo di band. I londinesi non si sono risparmiati di un centimetro, tirando fuori un set selvaggio, energico, trascinante. Il loro post-punk rabbioso ha fatto saltare in aria lo Spazio211, con la voce di Charlie Steen che sembrava voler scardinare anche l’impianto elettrico. Una botta dietro l’altra, senza compromessi. Già da soli, valevano il prezzo del biglietto. Menzione speciale? Sì, doverosa: hanno spaccato il culo ai passeri. Letteralmente. Li stiamo ancora raccogliendo.
Secondo giorno: eleganza, visioni e vibrazioni globali
Il venerdì ha preso un’altra piega, più contemplativa ma non meno intensa. A inaugurare la serata è stata Maria Chiara Argirò, musicista raffinata che ha mescolato elettronica, jazz e influenze neoclassiche in un set atmosferico e delicato. Una carezza sonora, capace di creare sospensioni emotive pur senza parole.
A seguire è arrivata Gia Ford, giovane promessa del songwriting UK, con un mix di dream pop, wave e testi che scavano. Il suo live è stato intimo, cinematografico, perfetto per chiudere gli occhi e lasciarsi portare via.
Poi è toccato agli Yīn Yīn, direttamente dai Paesi Bassi con un sound che guarda a Est: psych-funk contaminato da sonorità asiatiche, ritmi incalzanti e groove irresistibili. Un’esplosione di energia danzereccia e psichedelia tropicale che ha fatto ballare anche gli indecisi.
A chiudere il festival è salita sul palco Arooj Aftab, artista pakistano-americana che fonde tradizione sufi, jazz e minimalismo con una grazia ultraterrena. Un concerto che è stato più un rito che un’esibizione: mistico, ipnotico, struggente. Il silenzio del pubblico diceva tutto.
Un festival piccolo, ma necessario
Monitor non ha ambizioni di grandeur, e forse è proprio questo il suo punto di forza. È un festival che mette al centro la ricerca, la scoperta, e quel senso di comunità che negli ultimi anni si era un po’ perso. Niente nomi da playlist virali, niente visual sparati a mille, niente food truck gourmet. Solo musica, e gente che vuole ascoltarla davvero.
In due serate, Gozzi e soci hanno riportato sotto il palco chi aveva smesso di sperarci. Il tutto con un biglietto da 36 euro a sera (60 per entrambe le date), che per otto band internazionali, tre esclusive nazionali e sei debutti torinesi, è un affare da segnare col circoletto rosso.
Monitor ha dimostrato che c’è ancora spazio — e fame — per un certo tipo di proposta culturale. Non un evento da copertina, ma una chiamata alla resistenza musicale. Che sia solo l’inizio, perché Torino ha ancora voglia di suonare, e questa è la prova che il silenzio non è mai definitivo.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
