Ottobre 8, 2026
OIP (1)

Arrivato sul mercato in una finestra temporale tutt’altro che ideale — praticamente nel cuore di Ferragosto — One Assassination Under God – Chapter 2 ha rischiato di passare sotto traccia. E sarebbe un peccato, perché il secondo capitolo della nuova fase discografica di Marilyn Manson merita almeno una domanda: che cosa rimane di un artista che, dopo aver attraversato decenni di scandali, trasformazioni e processi mediatici, continua ostinatamente a essere se stesso?

La risposta, in questo caso, è abbastanza netta: rimane Marilyn Manson.

Non un personaggio reinventato a ogni album, né un artista improvvisamente convertito all’avanguardia per dimostrare di avere ancora qualcosa da dire. Piuttosto, una figura che ha scelto di lavorare per sottrazione, tornando a una grammatica sonora che conosce perfettamente e affidandosi ancora una volta al sodalizio con Tyler Bates.

La collaborazione con il polistrumentista e produttore, ormai, sembra avere superato la fase della semplice partnership creativa. Bates co-produce il disco insieme a Manson, ne condivide la scrittura e costruisce praticamente l’intera architettura strumentale: chitarre, basso e atmosfere. Alla batteria torna Gil Sharone, presenza familiare per chi conosce la storia recente del Reverendo.

La novità più curiosa è però nascosta nell’arsenale di Bates: il GuitarViol, strumento ibrido a sei corde suonato con l’archetto, utilizzato per creare droni dal respiro quasi orchestrale e interventi capaci di spingere ulteriormente il disco verso quella dimensione cinematografica, cupa e teatrale che è diventata una delle coordinate più riconoscibili del Manson contemporaneo.

Il risultato non pretende di rivoluzionare il suo linguaggio. Vuole, più semplicemente, dimostrare che quel linguaggio funziona ancora.

Cadere, rialzarsi, trasformare le ferite in estetica

Al di là delle performance commerciali, One Assassination Under God – Chapter 2 sembra soprattutto una dichiarazione di sopravvivenza.

Manson ha costruito gran parte della propria carriera sull’idea di essere un corpo estraneo: qualcuno da accusare, demonizzare, osservare con sospetto. Oggi quella postura non ha più lo stesso significato di venticinque anni fa, ma l’artista sembra averne trovato una nuova declinazione. Le pietre lanciate contro di lui diventano materia prima per una nuova immagine di sé: non necessariamente quella del provocatore, quanto quella del sopravvissuto.

È un concetto che attraversa anche la comunicazione visiva del disco.

Già Exit Wound, primo singolo pubblicato a giugno, aveva mostrato un Manson fisicamente trasformato, quasi prosciugato, accompagnato da Tim Sköld, bassista della stagione di The Golden Age of Grotesque e figura nuovamente presente nella sua dimensione live.

Ma è Front Toward Enemy a introdurre l’idea visiva più interessante. Nel videoclip, diretto da Henri Alexander Levy, Manson appare circondato da una sorta di mini-armata di suoi doppi: piccoli cloni vestiti come lui, impegnati a suonare chitarra e batteria. L’effetto è straniante e volutamente grottesco, anche perché dietro quei molteplici personaggi si nasconde in realtà un’unica figura, quella dell’attore e modello bambino Tyler B. Goode, moltiplicata attraverso il montaggio.

È una trovata che sembra quasi fotografare lo stato attuale del progetto Marilyn Manson: un’identità talmente sedimentata da poter essere replicata all’infinito senza perdere la propria riconoscibilità.

L’oscurità non ha bisogno di reinventarsi

Manson non è mai stato David Bowie e, soprattutto, non ha mai avuto davvero bisogno di esserlo.

Bowie cambiava pelle perché la metamorfosi era parte integrante della sua poetica. Manson, al contrario, ha costruito la propria forza sulla persistenza. Il trucco, il nero, la teatralità, l’immaginario gotico-industriale, la voce sospesa tra confessione e minaccia: elementi che negli anni si sono modificati, ma che non hanno mai smesso di costituire il suo vocabolario fondamentale.

E Chapter 2 non fa eccezione.

Brani come Unalive, You Can’t Die Young, Lucifer’s Teardrop e All The Vilest Things si muovono dentro una dimensione elettro-gothic che Manson conosce fin troppo bene per rischiare di smarrirsi. Non c’è l’urgenza di stupire a tutti i costi. C’è invece quella di mantenere intatto un clima.

None Of The Suns, The Arsonist, Enantiomorph e Don’t Answer The Door insistono sulla stessa traiettoria: chitarre pesanti ma controllate, aperture melodiche, tensione atmosferica e una scrittura che privilegia la continuità rispetto alla sorpresa.

È probabilmente questo il punto più controverso del disco. Se si cerca nel Manson del 2026 un artista capace di riscrivere completamente le proprie regole, si rischia di rimanere delusi. Se invece si considera One Assassination Under God come un’opera in due atti, la scelta appare molto più comprensibile.

Questo secondo capitolo non vuole aprire una porta. Vuole chiuderne una.

Il passato ritorna anche sulla copertina

Come spesso accaduto nella sua carriera, anche l’artwork non è un semplice contenitore.

La copertina riprende una dimensione pittorica direttamente riconducibile a Manson, costruita attraverso chiaroscuri e tratteggi che traducono visivamente il carattere introspettivo delle canzoni. È un’immagine più vicina alla sofferenza che allo shock, alla cicatrice più che alla ferita aperta.

E poi c’è quel carattere tipografico che richiama l’estetica di Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death).

Il riferimento non sembra casuale. È come se Manson stesse tornando volontariamente dentro uno dei periodi più intellettualmente tormentati della propria carriera, quello tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, quando il suo personaggio era diventato uno specchio deformante delle paure e delle contraddizioni della società americana.

Allora erano la televisione, la religione, la politica e la cultura pop a costituire il bersaglio. Oggi, inevitabilmente, a quella lista si aggiunge l’universo social: più rapido, più feroce, infinitamente più capace di trasformare una persona in un’immagine e un’immagine in un processo.

Il capro espiatorio, insomma, è ancora lì. Solo che nel frattempo è cambiato il tribunale.

Il palcoscenico come ultimo rifugio

C’è qualcosa di quasi ironico nel percorso compiuto da Manson.

Prima di diventare una delle figure più controverse della musica americana, Brian Warner aveva iniziato a muoversi come giornalista e critico musicale. Poi è arrivato il personaggio, poi il successo, poi l’iconografia, poi la controversia elevata a metodo.

Oggi, dopo tutto quello che è successo, la sua dimensione più naturale sembra essere ancora quella originaria: il palcoscenico.

È lì che l’identità Marilyn Manson torna a essere immediatamente comprensibile. Non deve spiegarsi, giustificarsi o rincorrere il presente. Deve semplicemente entrare in scena.

Mentre questo nuovo capitolo prende forma, Manson è tornato anche a una dimensione live importante, condividendo il palco con Rob Zombie nel co-headlining tour che coinvolge anche gli Orgy come supporto, seppure con una formazione lontana da quella storica associata agli anni di Candyass e Vapor Transmission.

Ed è forse proprio qui che si trova la chiave per leggere il Manson di oggi.

Non è più l’artista che deve conquistare il mondo. È quello che deve dimostrare di poterci ancora stare dentro.

La differenza è enorme.

Per decenni Marilyn Manson ha costruito la propria carriera sull’arte dello scandalo. Oggi sembra aver scoperto qualcosa di meno spettacolare e, proprio per questo, più difficile: l’arte della permanenza.

È caduto. È stato ridimensionato. È stato messo in discussione. Ha attraversato una fase nella quale sembrava plausibile immaginare la fine della sua storia artistica.

E invece è ancora qui.

Non necessariamente più innovativo. Non necessariamente più pericoloso. Ma ancora riconoscibile, ancora capace di riempire un palco, ancora in grado di trasformare le proprie ossessioni in canzoni.

Forse è questa la sua vera provocazione contemporanea: non scomparire.

Dopo una carriera costruita sul concetto di morte, Marilyn Manson sembra aver trovato la sua forma più inattesa di immortalità.

Restare..

lyn

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