Giugno 29, 2026
IMG_4228

Ci sono artisti che, dopo una lunga assenza, tornano per celebrare il proprio repertorio. Alessandro Mannarino fa esattamente il contrario. Al Flowers Festival di Collegno il cantautore romano porta in scena uno spettacolo che rifiuta la nostalgia come motore principale della serata. Il nuovo tour nasce da Primo Amore, il disco scritto dopo un periodo di isolamento e pubblicato a maggio, ma evita accuratamente la struttura del concerto promozionale. Non c’è un blocco dedicato alle canzoni nuove e uno riservato ai classici: tutto convive dentro un unico flusso.

È la prima cosa che colpisce. Mannarino non interrompe mai la narrazione. Le canzoni si rincorrono, cambiano pelle attraverso arrangiamenti ripensati e finiscono per raccontare un unico percorso, quello di un artista che negli ultimi anni ha scelto di fermarsi perché il palco aveva smesso di coincidere con il suo benessere. Oggi quel palco torna a essere uno spazio condiviso, non il luogo in cui dimostrare qualcosa.

La forza dello spettacolo è proprio qui. Più che nelle parole, nel movimento. Le influenze brasiliane e sudamericane, che da tempo abitano la scrittura di Mannarino, diventano il linguaggio dominante del live. Le percussioni spingono ogni brano verso una dimensione quasi tribale, mentre la band costruisce un suono dinamico, pieno, mai ridondante. Il folk romano delle origini dialoga con ritmi latini, suggestioni mediterranee e aperture più contemporanee senza perdere identità.

Sul palco non c’è spazio per l’autocompiacimento. Mannarino resta un frontman essenziale: canta, danza, dirige la band e lascia che sia la musica a occupare il centro della scena. Anche quando parla, lo fa senza trasformare il concerto in un monologo. La sua presenza è fisica prima ancora che verbale, coerente con l’idea di uno spettacolo che chiede al pubblico di partecipare attraverso il ritmo oltre che attraverso il canto.

Naturalmente i momenti di maggiore partecipazione arrivano con i brani che negli anni sono diventati patrimonio collettivo. Me so’ mbriacato conserva il ruolo di inno generazionale, accolta da un coro che attraversa il Parco della Certosa quasi indipendentemente dal palco. Ma il rischio nostalgia viene evitato perché la canzone non è trattata come un monumento. L’arrangiamento la riporta dentro il presente, inserendola nello stesso racconto sonoro che accoglie i pezzi di Primo Amore.

È forse questo il risultato più convincente del concerto. Il nuovo materiale non soffre il confronto con un repertorio ormai consolidato. Anzi, trova forza proprio nella continuità. Le canzoni nate durante il periodo di isolamento non chiedono attenzione perché sono nuove; la conquistano perché sembrano appartenere da sempre all’universo di Mannarino. Il passaggio tra una stagione artistica e l’altra avviene senza cesure, come se il silenzio degli ultimi anni fosse diventato parte integrante della musica.

Anche la band merita una menzione particolare. Il lavoro sugli arrangiamenti evita qualsiasi effetto celebrativo e restituisce nuova vita a brani conosciutissimi, trovando il giusto equilibrio tra precisione tecnica e spontaneità. Il concerto mantiene una tensione costante, alternando esplosioni ritmiche e momenti più raccolti senza perdere compattezza.

Se c’è un limite, è forse quello di uno spettacolo così calibrato da lasciare poco spazio all’imprevisto. Tutto funziona, tutto è pensato per accompagnare il pubblico dentro un flusso continuo e immersivo. È una scelta precisa, che privilegia la coerenza narrativa rispetto all’eccezione della singola serata. Ma è anche il prezzo da pagare quando si costruisce un tour come un’opera unica più che come una successione di concerti.

Al Flowers Festival Mannarino conferma di essere tornato con un’idea molto chiara: non rileggere il passato, ma attraversarlo. Primo Amore non rappresenta una ripartenza nostalgica né un cambio di pelle radicale. È il punto in cui tutte le sue anime — quella popolare, quella politica, quella poetica e quella ritmica — trovano finalmente un equilibrio. E il pubblico, che canta dall’inizio alla fine, sembra aver capito che il vero ritorno non è quello dell’artista sul palco. È quello del senso stesso di stare insieme davanti a delle canzoni.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo Credit Eleonora Spina

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto!