Gennaio 25, 2026
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Con Orbit Orbit, il suo nono album in studio, Caparezza non solo porta a compimento la sua opera più audace e riflessiva, ma ci invita a un viaggio intergalattico che sfida i confini della musica, della filosofia e della psicologia. Un concept che mescola fantascienza e autobiografia, nerd culture e riflessioni esistenziali, immaginazione e realtà. Un album che sembra partire dal buio per poi aprirsi alla luce, dove ogni nota, ogni parola, ogni beat è un tentativo di trasformare la crisi in creazione, e la perdita dell’udito in un nuovo modo di ascoltare.

La genesi di Orbit Orbit è tanto affascinante quanto il suo suono. Nato in parallelo a un fumetto scritto e illustrato dallo stesso Caparezza, questo è un progetto multimediale che va oltre il disco: è un’opera totale. La trama del fumetto, che arriva prima della musica, diventa il punto di partenza per il disco, come una sorta di ancora di salvezza in un momento in cui la musica sembrava un terreno perso. La passione per il fumetto, un amore d’infanzia, ha così rimesso in moto l’immaginazione, permettendo all’artista di ricominciare a creare. Orbit Orbit, quindi, è un atto di resistenza, di rinascita, di esorcismo, dove la musica si fa strumento di liberazione.

L’album si apre con “Fluttuo, orbito”, che introduce l’ascoltatore in un universo sospeso, segnato da percussioni eteree e synth elettronici, per poi evolversi nel brano che dà il via al vero e proprio viaggio, “Il pianeta delle idee”, dove il pensiero prende forma sonora. Da lì, il percorso è sia interiore che cosmico: in “Io sono il viaggio”, Caparezza si fonde con il movimento stesso, mentre l’incontro con Darktar (un personaggio del fumetto che incarna la parte più vittimistica dell’essere umano) rappresenta il confronto con le ombre personali.

Ma il cuore pulsante dell’album arriva con “A Comic Book Saved My Life”, dove il fumetto si trasforma in metafora di salvezza e guarigione. È la canzone che definisce davvero la natura di Orbit Orbit: un racconto di liberazione attraverso la potenza dell’immaginazione. Poi il ritmo cambia radicalmente: “Il banditore” è un omaggio a Enzo Del Re, con la sua forza istintiva e suoni onomatopeici che irrompono come un atto di ribellione, mentre “Autovorbit” accelera in una drum’n’bass futuristica. “Curiosity (Oltre il bagliore)” è un inno alla curiosità come forza propulsiva dell’esistenza, reso ancora più speciale dalla voce dell’astronauta Maurizio Cheli.

In “Gli occhi della mente”, invece, si fa strada una riflessione più inquietante: il campionamento di “Deliri” di Gianni Morandi diventa il pretesto per un interrogativo profondo sul rischio di confondere immaginazione e realtà. “Come la musica elettronica” è un manifesto generazionale, un invito a vivere nel presente e non rifugiarsi nel passato, celebrando il cambiamento come energia vitale. “The NDE” (un pezzo rap-prog) esplora la percezione di un musicista che si osserva dall’esterno, mentre “Pathosfera” è un tentativo di recuperare l’empatia in un mondo che sembra averla persa.

Con “Cosmonaufrago”, Caparezza chiude il cerchio narrativo dell’astronauta che torna sulla Terra con una nuova consapevolezza. Il finale, “Perlificat”, è un’esplosione corale di strumenti e voci (ben 76 tra orchestra e cori) che celebra la creazione come atto collettivo e la bellezza come forma di resistenza.

Sul piano musicale, Orbit Orbit segna una svolta importante nella carriera di Caparezza. L’artista abbandona l’eclettismo frenetico dei dischi precedenti per costruire un suono più coerente e raffinato, ispirato alla space music e all’elettronica di fine anni Settanta. I riferimenti ai Kraftwerk, ai Rockets e a Moroder non sono meri omaggi, ma servono a creare un ponte tra passato e futuro, tra artificio e umanità. Il rap, sempre presente, non è più un gioco linguistico, ma diventa la voce di un artista maturo, capace di comunicare con meno, ma con maggiore profondità.

Orbit Orbit è un album che richiede attenzione, che si distacca dalle logiche della fruizione rapida e dalle playlist, invitando l’ascoltatore a un’esperienza più profonda e lenta. Un invito a perdersi, per poi ritrovarsi, in un mondo dove l’immaginazione è ancora l’ultima frontiera della libertà.

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