Novembre 30, 2025
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Dal 2025 Luca “Roccia” Baldini porta avanti il progetto “I Paolo Benvegnù” proseguendo l’eredità artistica del cantautore scomparso il 31 dicembre 2024. Paolo aveva da poco vinto la Targa Tenco 2024 con l’album È inutile parlare d’amore – prodotto proprio insieme a Baldini – e stava celebrando i vent’anni del suo esordio solista con il tour Piccoli Fragilissimi FilmReloaded. Oggi Baldini si trova a custodire quel patrimonio umano e musicale, trasformando ogni concerto in un momento di memoria viva, capace di tenere accesa la voce e le parole di Paolo per chi lo ha amato e per chi lo scoprirà. Ne abbiamo parlato con lui: dalla responsabilità di raccogliere un’eredità così personale alla necessità di immaginare un futuro per I Paolo Benvegnù, senza smarrire l’essenza poetica che Paolo ha lasciato.

Negli ultimi mesi hai vissuto un cambio di ruolo enorme, da collaboratore e produttore sei diventato il cuore – se così possiamo dire – de “I Paolo Benvegnù”. Come vivi questo passaggio? C’è più orgoglio, paura, senso di responsabilità?

Se devo essere sincero, non mi sento di aver cambiato marcia, perché comunque con Paolo siamo in contatto da oltre vent’anni e abbiamo tirato avanti la baracca insieme per tutto questo tempo. Tra l’altro sono l’unico musicista che è rimasto dall’inizio del percorso di Paolo da solista, ma come gruppo di Benvegnù eravamo un po’ tutti – in generale – il cuore e il motore di questa situazione. Io cerco di andare avanti in una maniera onesta, cercando di ricordare Paolo non soltanto come amico da oltre vent’anni, ma anche come poeta e filosofo, perché penso che l’Italia abbia ancora bisogno – dal punto di vista culturale – di Paolo e soprattutto delle parole di Paolo, dei suoi scritti e, in generale, della sua musica. Quindi mi sono preso questa responsabilità di portarlo avanti come cuore pulsante e motore, ma penso di non aver cambiato molto il ruolo da quello che avevo prima. Semplicemente ho un peso più grosso, perché Paolo non c’è ad aiutarmi.

Quindi potremmo dire che il senso di portare avanti un repertorio così intimo – perché, comunque, la musica di Paolo è radicata nel suo vissuto personale – non ha nessuna componente di reinvenzione, ma più di fedeltà: è un cercare di far rimanere la sua musica anche nel futuro?

Sì, intanto ora lo sto facendo nel presente, e già questo è un impegno veramente importante per me, però ci tengo molto. Quello che sarà il futuro non lo so e non so neanche in che maniera lo farò, ma sicuramente vorrò, come ho detto prima, portare avanti in qualche modo la voce e la parola di Paolo per far sì che Paolo resti ancora in questa terra, anche se lui con il corpo non c’è più. Cercherò dei modi, non so ancora quali e per quanto: sicuramente, però, finché potrò, lo farò. Ci siamo detti, insieme ai Benvegnù – l’ultimo gruppo di Paolo – di portare avanti questi saluti, queste commemorazioni condivise fino al 28 dicembre, che è un anno dall’ultimo concerto che ha fatto Paolo. Poi da quel momento in poi dovremmo comunque capire se rinascere in un’altra maniera oppure se continuare a portare la voce di Paolo in altre modalità oppure con la musica oppure attraverso qualcos’altro. Non lo so, ci stiamo ancora riflettendo. Io sono sicuro che in qualche modo vorrò comunque cercare di non farlo dimenticare e di portarlo avanti. Poi ognuno di noi sarà libero, perché non tutti reagiscono al lutto nella stessa maniera: il gruppo sarà libero di partecipare a questa evoluzione oppure di abbandonare il progetto. Io sono sicuro, comunque, che Paolo si merita di rimanere ancora e quindi spingerò il più possibile.

Quindi, gli spettacoli e il tour che stai facendo con “i Paolo Benvegnù” ne raccolgono l’eredità e, potremmo dire, diventano anche un omaggio vivente?

Diventa assolutamente un omaggio vivente, tanto più perché suoniamo insieme alla sua casa che era l’Orchestra Multietnica di Arezzo, perché Paolo, fin dagli inizi della creazione dell’orchestra, era uno dei suoi cantanti. L’Orchestra è un progetto culturale e sociale dove si incontrano varie culture e dove, attraverso la musica, queste varie diversità riescono a parlare. Erano un po’ la casa di Paolo, insieme anche – ovviamente – ai Benvegnù, che comunque erano la sua famiglia. E si è aggiunto anche un altro personaggio importante dell’ultimo periodo di Paolo: Neri Marcorè, che in realtà non ha mai incontrato Paolo fisicamente, ma si sono sempre sentiti telefonicamente e per messaggi. Anzi avremmo dovuto fare qualcosa di bello quest’anno. Renderlo partecipe del progetto mi è sembrato un modo anche per farli incontrare finalmente in qualche modo, attraverso le parole e la musica di Paolo.

E come hai lavorato sulle scelte di scaletta, forma e arrangiamenti di un repertorio già molto amato? Hai previsto differenze rispetto al progetto originale di Paolo?

Sì, sicuramente ci sono differenze, perché l’Orchestra è comunque formata da oltre 30 musicisti che vengono da vari paesi del mondo: il nuovo arrangiamento quindi è fatto alla maniera dell’Orchestra Multietnica. Ma soprattutto la scaletta è formata non solo dalle canzoni di Paolo che ha scritto lui e che abbiamo scritto noi nel nostro vario percorso, ma anche da canzoni che piacevano a Paolo e che lui ha reinterpretato. Quindi canteremo i Beatles, Piero Ciampi, De André e tanti cantautori e cantanti che Paolo ammirava. Ma non solo quello, faremo anche alcuni pezzi che Paolo faceva insieme all’orchestra multietnica, che provengono da varie parti del mondo. In generale sarà una festa e non soltanto un ricordo, ma un ricordo gioioso, un ricordo – appunto – di festa.

Tra tutti questi brani, ce ne è uno strettamente del repertorio di Paolo, che oggi vi è più difficile eseguire dal vivo?

Per me è difficilissimo eseguire Orlando, che è un brano di qualche anno fa. L’ho fatto qualche volta anche alle prove, ma non riesco a trattenere le lacrime. Mi ricorda tantissimi viaggi con Paolo e tantissime cose che abbiamo affrontato insieme.

Per quanto riguarda il pubblico di Paolo, che era una comunità fedele e intima, che reazioni stai ricevendo da questo ora che il progetto continua?

Con Paolo non lo chiamavamo pubblico, ma lo chiamavamo “privato” perché cercavamo sempre di ascoltare tutte le persone, ascoltare la loro storia, imparare da ognuno di loro. Paolo mi ha insegnato a rendere importante ogni persona che avevo davanti, e per questo lo ringrazio. Il nostro privato, spero che apprezzi il nostro sforzo di ricordare Paolo e spero che anche loro riescano in qualche modo a farle conoscere ad altri privati, per poi poter diventare sempre di più una grande famiglia che non solo ricordi Paolo, ma che lo studi anche. Perché Paolo, come ho già detto, secondo me è uno dei più grandi filosofi italiani.

Tu stesso, se non sbaglio, hai prodotto È inutile parlare d’amore, che ha vinto la Targa Tenco 2024. Ne farete qualche brano? Come pensi che quel disco continui a parlare ancora oggi?

Quel disco parla di inutilità e l’inutilità è la cosa più importante in questa vita, secondo me. Parla di sfioramenti, di persone che si incontrano, di persone che si lasciano, parlano, parla di quotidianità, di quanto è importante stare attenti alle piccole cose, alle piccole persone per crescere. Quindi penso che abbia un’attualità impressionante che possa essere importante anche per i prossimi anni, per il prossimo futuro.

Per quanto riguarda invece il progetto “Reloaded”, che ha coinvolto artisti come Malika Ayane, Brunori Sas, Appino, nel vostro tour avete o hai previsto momenti collettivi o ospiti speciali?

In questa mandata, oltre a Neri Marcorè, stiamo cercando, almeno nell’ultima data, di aggiungere qualcuno, qualche perugino famoso, come diciamo noi. Però, in generale, abbiamo già fatto insomma un concerto importante l’8 luglio ad Arezzo dove ho ricoinvolto tutti quelli che avevano suonato in quel disco ed altri ancora. Quella lì è stata una serata di feste, di ricordo, con tutti quei personaggi che hanno suonato con Paolo in quel disco. Inoltre, abbiamo fatto con Malika una puntata a Berlino: un bellissimo concerto in un locale che avremmo dovuto frequentare nel tour europeo insieme a Paolo. E poi suoneremo in Svizzera, nelle RSI: un concerto insieme a Dente, Alessandro Fiori, Beatrice Antolini e Tommaso dei Perturbazione e l’Orchestra Multietnica, sempre per ricordare Paolo. In futuro stiamo cercando di capire se magari da qui a fine anno riusciamo a fare una cosa anche con altri amici. Paolo era molto contento di quel disco e soprattutto era molto contento che queste persone avessero quasi buttato una corda a dei naufraghi, ci avessero tirato un po’ su da quella barca. Per questo sono tutti sempre pronti, molto carinamente, ad accogliere le mie richieste e a dirmi sì immediatamente anche in maniera onesta e gratuita. Io li ringrazio tutti.

Paolo definiva il cantautore un «ricercatore del non utile», capace di infondere poesia nella semplicità quotidiana. Questa visione è ancora viva, secondo te, nei concerti attuali, vostri e non solo?

Io ti posso parlare nei nostri. Nei nostri sicuramente sì. In generale in tutto quello che faccio io sicuramente sì, perché ho imparato con Paolo a vivere in quella maniera lì, non soltanto dal punto di vista del cantautorato, ma proprio dal punto di vista della vita quotidiana. Nei miei concerti, nelle cose in cui partecipo e anche in quelle che faccio al di fuori anche del ricordo di Paolo – in generale nel mio lavoro da musicista e attore – le vivo e le faccio con quella poesia lì quotidiana. Per quanto riguarda gli altri concerti, io penso che ognuno abbia la sua strada e il suo modo di esprimersi, il suo percorso, la sua poesia. Quindi non posso paragonare il vissuto di Paolo, il vissuto nostro insieme a Paolo con gli altri concerti e gli altri autori.

La musica di Paolo aveva un respiro cosmico e intimista al tempo stesso: come immagini l’evoluzione di questa eredità? Hai pensato a nuovi brani originali o omaggi specifici per il futuro di questo progetto?

Sto pensando a tante cose, sto scrivendo, sto pescando delle robe che abbiamo scritto insieme a Paolo e ho ritrovato. Però, per esempio, hai usato una parola bella che è “cosmico”: Cosmico è un pezzo che ha scritto una decina di giorni fa Ermal Meta, dedicato proprio a Paolo e che ho sentito per la prima volta l’8 luglio prima di salire sul palco del Men/goFest. Mi sono sciolto in lacrime perché è un pezzo molto emozionante, che parla di quanto i poeti, i cantautori, le persone che hanno lasciato comunque qualcosa e qualcuno, restino comunque in questo mondo, anche se poi con il corpo si sono allontanate. Quindi ringrazio ancora Ermal Meta per avermi fatto emozionare. E per aver portato Paolo ancora insieme a noi.

Articolo a cura di Emma Salone

Foto di Antonio Viscido

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