Ottobre 5, 2026
Ca7riel e Paco Amoroso_NicolaDSCF8013

All’Alcatraz di Milano, Ca7riel e Paco Amoroso hanno messo in scena qualcosa che somigliava più a un processo che a un concerto. Non un concept, non un vezzo estetico: un vero e proprio percorso di purificazione, dichiarato fin dall’allestimento. Il palco trasformato in una sala olistica, con poltrone, sacche e aste porta flebo, non era un gioco scenografico ma un contesto. Un invito a entrare in un luogo dove la musica non era intrattenimento, ma trattamento. Quando la luce ha colpito i due artisti seduti, mentre partiva Non me sirve más, la sala ha capito che stava per essere attraversata, non semplicemente coinvolta.

Il rituale era scandito in dodici fasi, introdotte dalla voce di Sting, tradotta nella lingua della città ospite. A Milano, quella voce era una guida quasi clinica, un narratore che non spiegava ma orientava. Ogni fase apriva un nuovo stato emotivo e ogni stato era accompagnato da due o tre brani che funzionavano come strumenti di cura. Non c’era nulla di casuale: la sequenza era pensata per portare il pubblico da un punto A a un punto B, senza che nessuno si accorgesse del tragitto. È raro vedere un concerto che si concede una struttura così rigida senza risultare rigido, dove la forma è al servizio dell’esperienza.

La band era un organismo perfettamente calibrato. Le percussioni costruivano un ritmo che sembrava provenire dai nostri corpi, la batteria aggiungeva vibrazioni, il basso era una linea guida che teneva tutto insieme, le tastiere aprivano spazi immaginari. Ca7riel accompagnava con la sua chitarra, che non ha stentato a diventare più volte protagonista della scena nelle derive progressive rock. Il livello tecnico era altissimo, ma mai ostentato: la complessità era al servizio dell’impatto, non della dimostrazione. 

Ca7riel e Paco Amoroso sono due presenze che non stanno mai ferme e non perché debbano farlo: perché non potrebbero farne a meno. Ballano, saltano, si cercano, si incitano, si buttano tra la follache li accoglie senza esitazione tra le magliette dell’Argentina. Cantano con un turbante da doccia in testa, giocano con l’assurdo senza scivolare nel ridicolo, mantengono una serietà artistica anche quando scelgono l’ironia. Le loro voci, diverse e perfettamente complementari, sono il centro di tutto: una miscela che attraversa R&B, pop, latintrap, latin jazz, hiphop, rock ed elettronica con una fluidità che non chiede permesso, una forma di libertà musicale che non si lascia contenere da un solo genere.

Il pubblico ha reagito come un corpo unico. Ay Ay Ay è stata una scarica immediata, Dumbaiun’onda che ha attraversato la sala, #TETAS un momento di liberazione collettiva, La que puede, puede un inno che ha unito generazioni diverse dopo il Tiny Desk che tutti abbiamo amato. Ogni brano era accolto come un passaggio necessario, una fase del trattamento. E poi il finale, una doppia detonazione: Lo Quiero Ya! e Beto’s Horns hanno trasformato l’Alcatraz in un club sudamericano, un’esplosione di fiati, bassi e corpi che si muovevano all’unisono. 

Quello che si percepiva chiaramente era la capacità dei due artisti di canalizzare energie diverse, persone diverse, età diverse. Il pubblico italiano che li segue è già vario, ma è destinato a crescere: perché Catriel e Paco Amoroso non offrono solo musica, offrono un’esperienza che ti attraversa. Durante il concerto ti diverti, ti emozioni, ti scateni. E quando esci, hai la sensazione di aver lasciato qualcosa lì dentro, come se il rito avesse davvero funzionato.

La loro grandezza è internazionale, evidente, indiscutibile. Sono due artisti che non imitano nessuno, che non seguono nessuna corrente, che non cercano di piacere: semplicemente fanno ciò che devono fare e il pubblico li segue. Milano lo ha capito e lo ha celebrato. E se questo è solo l’inizio, il percorso di purificazione è destinato a diventare sempre più affollato, magari questa volta sulle note di un’altra canzone di Nek.

Live report a cura di: Benedetta Capobianco
Foto: Nicola Londei

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