E’ opinione comunque – tra gli addetti ai lavori ma anche tra gli antichi frequentatori dei concerti di musica rock – che per comprendere e verificare quanto un concerto sia stato sublime, emozionante, e attrattivo in forma empatica, bisogna aspettare fino a quando le luci non si siano già riaccese in sala, subito dopo l’ultimo inchino e saluto di chiunque abbia ‘abitato’ il palco fino a quel momento, fermandosi un attimo a osservare gli atteggiamenti, gli sguardi e gli eventuali sorrisi di chi ancora si trattiene lì dentro, da quel momento in poi.
Perché se applausi e rumorosi apprezzamenti sono in genere piuttosto frequenti durante quei consessi – sintomo certo di un concreto gradimento, ma non sicuro e certificato corollario a dimostrazione geometrica di un effettivo e intimo trasporto (sublimato in mani che si arrossano e voci che si ‘sguaiano’ a nominare questo piuttosto che quel musicista, lì presente di fronte a tutti) – non altrettanto si può dire degli occhi delle persone, quando si ritrovano illuminate a piena luce al termine dello spettacolo: è in quei sorrisi, in quelle parole sussurrate dall’uno all’altro con una certa sacralità, è davvero in quelle occhiate – ancora più luminose del piatto bagliore che normalmente ha una sala da concerti al termine di uno spettacolo – che risiede l’intima bellezza e lo stupore che solo un miscuglio sublime di testi, musica, voce e strumenti sa sobillare, accendere e lasciar permanere nei cuori di chi vi ha assistito, passando da orecchie, occhi e pelle. E ieri sera, al termine della tappa torinese dei La Crus, ospitata nell’accogliente salone del Suoneria di Settimo, le persone che ancora si trattenevano a condividere quei sorrisi di godimento, quelle parole quasi di stupore, quelle occhiate di complicità estatica, erano ancora tante, tutte concordi nel sostenere che Giovanardi, Malfatti e straordinari sodali avevano dipinto davanti a loro uno straordinario quadro di emozioni, opera d’arte di bellezza mirabile colorata in musica e parole e ricordi. Sì, anche ricordi: perché un quadro è più intenso quanto più riesce a ‘toccare corde’ interne e a portar fuori memorie mal sotterrate, cullandoci in un interregno di nostalgia dolce e amara allo stesso tempo, senza però portarci al cospetto di rimpianti e rimorsi, ma mettendoci al riparo dal un intenso abbraccio di ricordanza. Tutte emozioni che ieri i La Crus sono stati in grado di non lesinare, sciorinando uno dopo l’altro ognuno dei tredici brani contenuti nel loro album d’esordio – La Crus, per l’appunto – diventato poche settimane fa trent’enne. Uno splendido trent’enne, che non ha assolutamente perso l’intensità di cui è stato ornato anni fa, pur se sottoposto alla prova del tempo.
“La Crus”, il primo album omonimo della straordinaria formazione musicale guidata da Giovanardi e Malfatti (e che anche all’epoca annoverava tra le proprie fila Alessandro Cremonesi, nume tutelare quasi mai presente in carne e ossa durante la vita ‘live’ della band) vide infatti la luce il 31 gennaio di 30 anni fa, nè più né meno. Mauro Ermanno Giovanardi – aiutato da Cremonesi e Malfatti, nel suo faticoso lavoro – dovette lavorarci su un bel po’, spinto dall’esigenza artistica personale di cambiare lingua d’espressione: esigenza mutuata soprattutto da un ascolto stupito ed epifanico di una canzone, Angela, cesellata parecchi anni prima da Luigi Tenco, e galeotta della svolta che poi diede al suo percorso musicale. Davvero un’esigenza viscerale che, per sua stessa ammissione (e chi lo ha incontrato al Seeyousound settimane fa lo ha anche sentito con le proprie orecchie ) gli creò non pochi grattacapi, in termini di amalgama tra testi e musica, visto che fino ad allora con i Carnival of Fools aveva sempre utilizzato una forma molto vicina al post punk, e una lingua (quella inglese) che ne connotavano di certo la sua musica e la sua “vis poiendi”, anche come referenze, dotandolo di una dimestichezza e una familiarità che in un certo qual modo erano ormai a lui più congeniali rispetto alla madrelingua Italiana. Una esigenza, quella del recupero di una musicalità e una lingua veramente madre, che lo fecero separare da quel suo progetto così unico nel panorama rock dell’Italia tra anni 80 e 90, per approdare ad una nuova esperienza – quella dei La Crus – poi davvero fortunatissima, un calmo caos detonante capace di dare una sferzata a quel panorama musicale italico che, negli stessi anni, vedeva aprire al mondo una nuova via proprio con quel nuovo primo album (che uscì poco dopo “Ko de Mondo” dei CSI e di “Lungo i Bordi” dei Massimo Volume) spianando di fatto la strada a tutta una serie di band e di artisti connazionali che, come loro, cercavano di confrontarsi -trascendendola in un certo qual modo- con l’ondata new punk deflagrata pochi anni prima grazie al Grunge.
Ne venne fuori quel vero capolavoro, che ieri abbiamo potuto gustare dalla prima all’ultima nota, in rigoroso ordine di scaletta, grazie alle ruvide carezze portate dalla voce di Giovanardi, e ai delicati strattoni delle chitarre di Cesare Malfatti (suo sodale di sempre). Attorno a loro, un consesso di artisti favolosi hanno saputo riempire ogni molecola di spazio della sala con una soave intensità liquida e senza alcuna sbavatura: bravissima la polistrumentista Chiara Castello con la sua voce incantevole e le sapienti tastiere e percussioni, capace di sovrapporsi e integrarsi al timbro di Giovanardi, e di donare ancora più profondità e densa corposità prospettica al concerto. Ma bravi anche i due alfieri della sezione ritmica, composta da Leziero Rescigno (dotatissimo batterista) e Marco Carusino (con il suo basso sapiente e meticoloso), oltre che lo strepitoso Gianni Sansone, autentico re degli ottoni. Eccellenti anche a supportare i nostri eroi nella seconda parte del concerto, costruita da un autentico viaggio attraverso gli album dei La Crus: in un set di più di due ore fatto anche di ricordi e di aneddoti – donati agli astanti da un Giovanardi che definire ‘in forma’ sarebbe sacrosanto ma riduttivo – impossibile, tra questi, non citare una versione straordinaria di Io Confesso, cantata in ensemble con la straordinaria Giorgieness (cantautrice lombarda con già 4 album all’attivo, che vi invitiamo a recuperare, se ancora non li conosceste), e una bellissima versione a due voci di Solo Sfiorando, cantata ovviamente da Luca Morino che ne fu genitore insieme a Giovanardi.
Se ieri eravate lì con noi, sapete bene quanto tutto quel che è qui scritto sia reale. Se invece non c’eravate, potete ancora recuperare questa vera mancanza con il prossimo concerto, previsto per il 27 Marzo ai Magazzini Generali di Milano. Troverete lì tutto quanto: dolce stordimento finale incluso.
Photo Credit: Elisabetta Canavero Testo: Stefano Carsen






















Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi “encore”. Dal prog rock all’alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia.
