Maggio 16, 2026
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Nel panorama musicale contemporaneo, è raro imbattersi in un album che riesca a coniugare con tanta maestria visceralità e raffinatezza. Lamante, al secolo Giorgia Pietribiasi, è riuscita nel suo debutto discografico In memoria di, ad amalgamare questi elementi, dando vita a un lavoro che non solo affascina ma scuote l’anima. Selezionato tra i finalisti delle Targhe Tenco nella categoria “Opera Prima”, questo album si presenta come un affresco emotivo di grande intensità e originalità.

Le canzoni di Lamante si offrono come confessioni nudo cuore, oscillando tra la delicatezza dell’indie-pop e l’urgenza di un rock quasi urlato. La sua voce, potente e mai banale, è l’emblema di un’anarchia emotiva che trasuda dalla sua stessa scrittura. In brani come Non chiamarmi bella e Rossetto, l’artista non teme di mostrare il lato più crudo e intimo di sé: “Ciò che è giusto lo decido io / sono un’anarchica mancata”, canta con un piglio di sfida, quasi a ribadire la propria indipendenza da qualsiasi definizione. Ma è anche nelle parole di Rossetto che l’introspezione diventa universale: “E gli incubi sono gli scheletri / Di tutti i maestri / da cui sono scappata…”. La solitudine e il bisogno di riconoscimento, ma anche la lotta per un’identità in continuo divenire, emergono in modo potente.

Il disco si distingue anche per la sua capacità di mescolare generi e influenze, attraversando momenti di folk ancestrale e tribale, impreziositi da un tocco elettronico che arricchisce il tutto senza mai appesantirlo. Il calore del piano, le chitarre malinconiche, e l’uso raffinato dei fiati creano una tessitura sonora che evoca immagini e sensazioni crude, ma anche estremamente eleganti. La produzione, curata insieme a Taketo Gohara, è un mix perfetto di sperimentazione e introspezione, un abito su misura per una voce che non ha paura di indossare anche la sua vulnerabilità.

In questo lavoro, Lamante sembra voler rendere omaggio alla propria solitudine, ma anche al suo bisogno di libertà. Le canzoni parlano di cicatrici, di ferite che non smettono mai di sanguinare, ma anche di un percorso di liberazione che scava nella memoria e la restituisce in forme nuove e mai scontate. Brani come Ciao cari, ispirato al libro di poesie di Stefano Guglielmin, incarnano questa tensione tra dolore e bellezza, tra passato e presente, in una dialettica che mai si risolve completamente ma che affascina proprio per la sua ambiguità.

Il disco di Lamante è una testimonianza di urgenza emotiva e di un talento che sa esprimere, in modo assolutamente personale, tutta la gamma di sentimenti più complessi e contrastanti. Un lavoro che non lascia indifferenti, che ti cattura con la sua bellezza cruda e non patinata, e che, con una forza inaspettata, ci ricorda quanto sia necessario il coraggio di rivelarsi nella propria totalità.

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