Barbara Lehnhoff, in arte Camilla Sparksss, è una delle voci più visionarie della scena elettronica europea. Nata in Canada e cresciuta tra riserve indiane e grandi laghi, oggi vive in Svizzera, dove insieme ad Aris Bassetti ha fondato i Peter Kernel, band post-punk di culto. Parallelamente ha sviluppato il suo alter ego solista, Camilla Sparksss, che unisce hip-hop, dark-wave, industrial e pop in un linguaggio personale e tagliente, fatto di dub plate, synth corrosivi, voci viscerali e performance che mescolano musica e arti visive.
Dopo tre album e numerose collaborazioni internazionali, domani – 12 settembre 2025 – pubblica per On The Camper Records il suo quarto lavoro, ICU RUN, il più personale e radicale della sua carriera. Scritto in memoria del padre scomparso dopo mesi di terapia intensiva, il disco è un viaggio tragicomico tra caos e sopravvivenza, tra dolore e ribellione, e sarà presentato dal vivo in una lunga tournée italiana in autunno.
Accanto a brani come Backflip e Stormseeker, il disco ospita anche il sorprendente duetto in italiano con Francesco Bianconi (Amami Tu), che apre a nuove contaminazioni con la tradizione cantautorale. Non mancano episodi più intimi come Fatherless, a testimoniare un equilibrio sempre in bilico tra crudezza e melodia pop.
Abbiamo chiacchierato con lei per approfondire questo nuovo album e la sua concezione stessa della musica.
In base a quanto hai rilasciato, ICU RUN nasce da un’esperienza personale molto forte, ma diventa anche un’opera che fonde caos e bellezza. Quando hai capito che quel dolore di cui parli poteva trasformarsi in un linguaggio artistico?
Faccio musica da vent’anni e non ho mai cercato di trasmettere un messaggio politico o chissà cosa: ho sempre voluto parlare un po’ dell’esperienza che sto vivendo. Questo disco, ICU RUN, l’ho scritto mentre era in ospedale mio papà, che è deceduto l’anno scorso. In particolare, c’era questo momento molto difficile, quando lui era nel ICU – terapia intensiva – e continuava a cercare di scappare: ha passato un anno a cercare di scappare e ogni volta che andavo a trovarlo aveva un nuovo piano in testa, ad esempio aveva rubato le chiavi dal custode e cose simili. Per me lui è sempre stato molto il mio mito nella vita, perché era uno spirito molto libero e credeva sempre che, se vuoi fare qualcosa, puoi farlo e non vedeva mai degli ostacoli. Quindi è stato molto doloroso vederlo in questa situazione, chiuso in ospedale, perché era molto difficile per lui. Però per me quel dolore aveva un lato molto tragicomico e penso che l’album parli un po’ di questo: quando si vivono dei momenti molto difficili bisogna prenderli un po’ anche con umorismo, perché sennò il dolore è troppo forte; non puoi solo essere depresso per qualcosa, devi anche vedere un altro lato delle cose. Quindi penso che questo album, appunto, abbia questa tragicomicità.
I tuoi dischi sembrano sempre oscillare tra intimità e ironia schietta. Ti riconosci in quest’idea tragicomica, come cifra del linguaggio in generale, non solo nell’ultimo album?
Sì, nella vita sono abbastanza così: quando succede qualcosa di brutto, cerco il modo di vederlo dal lato divertente. È una vita abbastanza contrastata.
Tornando a ICU RUN, quindi, parli di ribellione, fuga, sopravvivenza. Comporre questo album è stato una sorta di “rito” di superamento per te?
Penso che sia stato più che altro un bisogno, ma come tutti gli album. Questo è un momento della mia vita in cui ho bisogno di esprimere qualcosa e comporre è la forma più facile per me. C’è un lato anche molto visivo nella musica quando la scrivo e questo album aveva un lato visivo molto renegade, che è una parola che non so come si dica in italiano, ma indica quelle persone che scappano da qualsiasi sistema e spesso stanno scappando dalla stessa cosa che stanno rincorrendo.
Per quanto riguarda il suono, invece, in ICU RUN sembra esserci un dialogo serrato tra hip-hop, dark-wave, industrial e pop: come sei riuscita a tenere insieme tutti questi generi, mantenendo talvolta anche una dolcezza di fondo?
Questo è un po’ sempre il dilemma: per me è difficilissimo mettere un’etichetta alla musica perché può andare da una cosa “noise” a una cosa dark-wave a una cosa pop. Però penso anche un po’ alla qualità del progetto: la personalità di Camilla Sparksss è proprio il fatto che va a toccare tutti questi generi diversi. Penso di diffondere più che dolcezza – come hai detto – “l’estremità” che tiene insieme tutto; nel senso, quando la mia musica è dolce è molto dolce e quando è forte è molto forte e non ci sono sfumature di grigio, è sempre molto contrastato.
Riguardo a ciò, i tuoi brani smontano e ricompongono le strutture: è più un atto istintivo o un gesto di controllo assoluto sul suono?
Per la produzione, lavoro con Aris Bassetti e devo dire lui è molto bravo con la musica italiana nelle melodie e arrangiamenti. Io gli porto dei pezzi “grezzi” e lui li mette in ordine, dà un ordine mentale alla cosa, mentre io sono più disastrosa, meno strutturata e più “noise”. Lui riesce a prendere questi blocchi e assemblarli in un lego.
E a proposito di Bassetti, nei Peter Kernell siete un “noi”, in Camilla Sparksss sei solamente un “io”. È cambiata la dinamica tra voi nei progetti?
Veramente no. Camilla Sparksss è sempre stata un po’ la piccola sorella di Peter Kernell, la sua versione elettronica. E tutt’ora ci sono ancora brani che magari scriviamo insieme e decidiamo che qualcosa funziona meglio per Peter Kernell, qualcos’altro funziona meglio per Camilla Sparksss; ci sono brani che proviamo in entrambe le vesti. È cambiato un po’ il nostro rapporto, nel senso che eravamo una coppia per 13 anni e quindi era quasi malsano, perché facevamo sempre tutto insieme. Adesso c’è un po’ più di spazio nella vita privata, però diciamo che siamo sempre in studio insieme e in tour insieme. Lui non viene nei tour di Camilla Sparksss, però come produttore per me è molto importante lavorare con lui.
Hai usato spesso la parola “noice” e mi viene da pensare ad I Like The Noise che sembra un manifesto di poetica: cosa rappresenta per te il “rumore”?
Per me più che rumore nel senso acustico, quel brano parla proprio di come si cerca sempre di complicarsi la vita. Io sento di essere una persona che prende spesso la via più difficile, anche se non c’è sempre bisogno di farlo. Però sono sempre attratta da quella roba grezza, da quella cosa dolorosa. C’è un lato di autodistruttività nel mio carattere che in un certo senso mi sfama.
Accanto all’album uscirà anche il film sperimentale ICU RUN The Movie, con un pupazzo-fantasma che incarna i traumi. Da dove nasce questa idea di dare un corpo tangibile al dolore?
Credo che i nostri traumi li portiamo sempre dietro e non sono sempre in una forma. Torniamo un po’ a quel lato tragicomico del dolore: non è mai chiaro se i traumi ti stanno aiutando o se ti stanno facendo inciampare nella vita, no? Poi avevo voglia di costruire un pupazzo ed era un modo anche molto organico di rappresentare questo.
E il film e l’album sono due linguaggi diversi o sono due facce dello stesso gesto creativo?
Penso che siano due facce, perché tanti momenti visivi sono stati scritti insieme alla musica. Adesso non ho ancora finito il montaggio, ma il film dovrebbe uscire verso fine anno, mi manca proprio solo il finale, i titoli di coda; sono quelle cose che esiti a chiudere del tutto. Il film contiene tutti i brani: ho studiato per fare videomaker e per questo album non volevo fare dei videoclip singoli, perché per me c’era un racconto intero da fare. Quindi è un corto che contiene tutti i brani e altri momenti narrativi.
In Amami tu hai duettato con Francesco Bianconi, che viene da una tradizione cantautorale molto diversa dalla tua. Come è nata la collaborazione e come è stato collaborare con lui?
Guarda, ero sorpresa che abbia detto di sì, ma ne sono felicissima, è andato molto bene. Inizialmente il brano l’avevo scritto da sola con un pitch down sulla voce, però aveva questo lato Gainsbourg da Je t’aime, moi non plus e ho capito che ci voleva proprio un vocione, una seconda persona che rispondeva. E quindi ho scritto a Francesco, perché io sono cresciuta in Canada e quando sono arrivata nella Svizzera italiana, i Baustelle sono stati uno dei primi gruppi italiani che ho scoperto e mi sono innamorata pazzescamente di loro; sono uno dei miei gruppi preferiti. Poi Aris mi ha detto di aver visto un post su Facebook e che Francesco Bianconi era fan di Peter Kernel, quindi sono andata a guardare su Instagram e infatti seguiva la nostra pagina. A quel punto mi son detta: “magari posso chiedergli se gli va di cantare insieme”. Mi ha risposto subito di sì ed è stata una sorpresa, una bella sorpresa. Però ha scritto lui dei testi per il brano che io tutt’ora faccio fatica a memorizzare perché sono scritti diciamo in italiano giusto, che io non parlo (ride). Sono veramente contenta.
E dopo un album così personale ti vedi pronta a una fase più leggera o pensi che la musica resterà su questo livello e continuerà per questa strada?
In questo momento, penso di stare un po’ ancora digerendo questi sentimenti. Mi sto divertendo tantissimo a suonare il nuovo album live. Per me è l’album che ha più senso e che mi trovo meglio a esprimere sul palco più che tutti gli altri album che ho fatto e quindi sono in questo momento in cui ho solo voglia di portarlo sul palco.
C’è un territorio che non hai ancora esplorato – sonoro, visivo o performativo – che ti piacerebbe attraversare nel futuro prossimo?
Penso che prossimamente, da questo inverno, vorrei mettermi dietro a fare Peter Kernel, però vorrei tornare indietro un po’ alle radici: fare una cosa puro punk, in trio molto crudo, senza elettronica, senza troppi addobbi. Voglio comporre, scrivere, suonare. Ho voglia di fare quello.
Tracklist – ICU RUN
01. Holy Shit
02. I Like The Noise
03. Stranger
04. Stormseeker
05. Damage
06. Backflip
07. Amami Tu (Feat. Francesco Bianconi)
08. Fatherless
Articolo a cura di Emma Salone

Fin da piccola appassionata di cantautorato e, forse per questo, per me un bel testo viene prima di tutto. La musica, in fondo, è la forma più naturale di catarsi.
