Febbraio 15, 2026
IMG_0172

Al Mamamia di Senigallia succede una cosa strana: il tempo sembra fermarsi, ma in realtà corre. Scorre veloce come una canzone che conosci a memoria e che, proprio per questo, ti arriva addosso più forte. Era il 29 aprile 2006 quando Francesco De Gregori salì per la prima volta su questo palco. Il 27 gennaio 2026, in una sera fredda e umida dal sapore malinconico, il Principe è tornato. Vent’anni dopo. Con la stessa eleganza e una storia ancora più pesante sulle spalle.

Il tour nei club è l’occasione perfetta per celebrare un anniversario enorme: i 50 anni di Rimmel, uno degli album più importanti della canzone italiana. A Senigallia De Gregori lo suona dall’inizio alla fine, senza scorciatoie né ammiccamenti. Da Piano Bar a Pablo, passando per Quattro cani, Piccola mela e una Pezzi di vetro che lascia il segno come la prima volta, fino alla title track, diventata ormai patrimonio collettivo.

Il Mamamia si conferma ancora una volta casa della musica che conta. Merito di Francesco Sabbatini Rossetti, che già nel 2006 portò qui De Gregori e negli anni ha fatto salire su questo palco nomi come Ivano Fossati, Giovanni Lindo Ferretti, Modena City Ramblers, Marlene Kuntz. Una storia che continua anche nel 2026, con un cartellone che parla chiaro: Marlene Kuntz il 7 marzo, Emis Killa il 9 maggio, Fabrizio Moro il 24 ottobre.

De Gregori entra in scena con le Superga di tela chiara e una giacca che dura lo spazio di poche canzoni. L’anagrafe dice quasi 75 anni, il palco racconta tutt’altro: voce limpida, presenza naturale, zero nostalgia forzata. Accanto a lui una band solidissima, capace di accompagnarlo con rispetto e intensità lungo una scaletta di 23 brani, bis compresi.

Due ore in piedi per un pubblico trasversale: capelli bianchi e rughe fianco a fianco con trentenni attentissimi, tutti dentro lo stesso viaggio. Si parte con Cercando un altro Egitto, si chiude – prima dei bis – con Bufalo Bill. In mezzo, una sequenza che alterna classici e scelte meno scontate. Spicca una monumentale Via della povertà, versione italiana della Desolation Row di Bob Dylan: undici minuti ipnotici, da ascoltare senza respirare.

C’è spazio anche per l’ironia amara di Caldo e scuro, quando De Gregori riflette sul mistero delle storie d’amore che finiscono male e diventano canzoni di successo. E poi le immagini che da cinquant’anni continuano a parlare a generazioni diverse: l’uomo che salta sui vetri in Pezzi di vetro, l’eroe stanco di Atlantide, i personaggi sospesi tra poesia e realtà che popolano il suo universo.

I bis arrivano inevitabili, chiamati a gran voce: Sempre e per sempre, La donna cannone, Buonanotte fiorellino. Il Mamamia canta, applaude, ringrazia. Non è solo un concerto, è una memoria condivisa che si rinnova.

Quando le luci si riaccendono resta una sensazione chiara: certi artisti non invecchiano, stratificano. E viene naturale pensare che, tra vent’anni, De Gregori potrebbe essere ancora lì, dalla stessa parte, su questo o su un altro palco. Perché alcune canzoni, come il vero amore, possono nascondersi e confondersi, ma non si perdono mai.

Photo Credits: Alessandro Stronati

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto!