Oggi è Earth Overshoot Day. Da oggi, e fino al 31 dicembre, l’umanità vive a credito: ha già consumato tutto ciò che la Terra è in grado di rigenerare in un anno intero. È una data che si sposta, anno dopo anno, per raccontarci quanto stiamo prendendo in prestito da un futuro che non ci appartiene. Ed è, per una coincidenza che oggi mi pare tutt’altro che casuale, lo stesso giorno in cui il mondo ha smesso di avere Glen Hansard.
Se n’è andato nella notte di ieri, a Dublino, in un incidente in moto lungo la Lower Road, a pochi chilometri dal pub dove aveva appena suonato in una session tradizionale, tra amici, come faceva da sempre. Aveva 56 anni. E se c’è un pensiero che mi accompagna da quando ho letto la notizia, è proprio questo: che ogni morte è la chiusura definitiva di un frammento di umanità che non potrà mai più essere colmato, in quanto tale, nella sua irripetibile unicità — ma che ci sono vite, e dunque morti, che pesano di più. Non perché valgano di più in senso assoluto, ma per quanto hanno saputo creare, e che sopravvive a loro, restando; e soprattutto per quanto hanno saputo accendere, suggestionare, mettere in moto in chi le ha incontrate.
Hermann Hesse, in Demian, scriveva che ogni uomo non è soltanto se stesso, ma è anche “il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione. Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo fintanto che vive in qualche modo e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di ogni attenzione.”
Glen Hansard era esattamente questo: un punto d’incrocio. Musicista di strada a tredici anni, poi voce dei Frames, poi Oscar nel 2008 con “Falling Slowly”, scritta per un film — Once — che sembrava non dovesse arrivare a nessuno e che invece è arrivato a tutti. Ma la sua vera opera, più ancora dei dischi, è stata l’idea di musica come atto di condivisione continua: un distillato di gioia da bere a misura di pinte, con la certezza — vissuta, non solo cantata — che in ogni persona e in ogni occasione, anche la più buia, ci sia qualcosa di buono da tirare fuori.
Firenze, 2017: la stella cadente e la voce di Vedder
L’ho incontrato per la prima volta dal vivo il 30 giugno 2017, al Firenze Rocks, nel tour da solista di Eddie Vedder. Quarantamila cuori, quella sera, vennero attraversati dalla stessa musica, nello stesso istante, nella Visarno Arena. E mentre Vedder cantava
Imagine
, una stella cadente ha davvero solcato il cielo sopra di noi — non è una licenza poetica che mi concedo adesso, per l’occasione: è successo esattamente così, ed è uno di quei ricordi che restano incisi non per quello che si è visto, ma per quello che si è sentito insieme a quarantamila persone che non si conoscevano tra loro. Hansard, quella sera, era lì, parte di quella comunità temporanea che la buona musica sa costruire in poche ore e che poi si dissolve, lasciando addosso qualcosa che non se ne va più.
Firenze e Barolo, 2019: un bicchiere di rosso e due parole
L’ho rivisto due anni dopo, ancora al fianco dell’amico Eddie: prima di nuovo a Firenze, poi due giorni dopo a Barolo. Ed è stato lì, un bicchiere di vino rosso in mano, in mezzo a molte altre persone, che sono riuscito a scambiarci anche solo due parole. Poca cosa, se raccontata così. Ma è stato in quei pochi minuti che ho capito fino in fondo che per Hansard la musica non era mai stata separabile dalla vita: era la vita stessa, il modo con cui stava al mondo — un uomo capace di passare da un palco enorme a una session in un pub di periferia con la stessa identica intensità, perché per lui non c’era differenza tra le due cose.
Il palco come il mondo intero
Per Glen Hansard il palco non è mai stato un modo per elevarsi al di sopra di tutti: era, al contrario, l’unico luogo in cui riusciva a stare davvero in contatto con le persone. Ed è per questo che, in fondo, per lui faceva poca differenza se dall’altra parte ci fossero una madre e la sua bambina di pochi mesi, ferme su una strada polverosa in Sicilia, oppure quarantamila anime radunate in una conca assolata come la Visarno Arena. Era la stessa identica cosa: un’occasione per incrociarsi, per essere — anche solo per tre minuti — nello stesso punto del mondo, nello stesso istante, insieme a qualcun altro. Non stupisce che continuasse a suonare per strada anche da premio Oscar, senza annunci né cerimonie: non lo faceva per restare umile agli occhi di un pubblico che l’avrebbe comunque amato lo stesso, lo faceva perché quello — il contatto diretto, senza filtri, senza palco rialzato — era l’unico motivo per cui aveva sempre suonato.
“Il cantautore che portò i busker di Dublino fino a Hollywood“. Lo disse benissimo Paul David Hewson, un irlandese che conosce molto bene i palchi più prestigiosi del monto, ma che prima di diventare ciò che è ormai da decenni e adesso, ha calcato i pub, le birrerie e probabilmente le stesse strade di Glen, insieme ai suoi sodali, ben prima di diventare Bono Vox. Una definizione che sembra raccogliere, in una riga sola, esattamente questo: un uomo che non ha mai davvero lasciato il marciapiede di Grafton Street, nemmeno quando è salito sul palco degli Academy Awards a ritirare l’Oscar insieme a Markéta Irglová per “Falling Slowly”.
Ciò che resta, ciò che manca
L’opera resta: le canzoni, i dischi con i Frames, “Once”, gli anni con gli Swell Season, quell’ultima session di martedì sera al Wren’s Nest, tra amici, a festeggiare una vittoria sportiva della sua contea. Resta tutto questo, ed è già molto. Ma quello che oggi manca — e che nessuna discografia potrà mai restituire — è la sua vitalità, la sua visione, quel modo suo, specifico e irripetibile, di incrociare i fenomeni del mondo di cui parlava Hesse: la capacità di far sentire una comunità dentro una folla, di trovare qualcosa di buono anche nell’occasione più ferale.
Oggi la Terra ha smesso di avere risorse da offrire a tutti, per tutto l’anno che resta. E oggi, per una coincidenza che voglio credere non del tutto casuale, il mondo ha smesso di avere Glen Hansard. Due esaurimenti diversi, certo, che non si possono davvero mettere sullo stesso piano. Ma che oggi, insieme, mi lasciano la stessa sensazione: quella di qualcosa che non tornerà indietro, e che da qui in avanti dovremo imparare a far bastare.
Articolo a cura di Stefano Carsen
