Dopo il passaggio al Festival di Sanremo 2026 con “Ti penso sempre”, Chiello torna con Agonia, quarto album in studio e snodo decisivo della sua evoluzione. Un disco che, invece di capitalizzare l’esposizione televisiva con soluzioni più accessibili, sceglie consapevolmente la strada opposta: quella della densità, della coerenza e di una visione artistica sempre più definita.
Nel panorama post-sanremese, spesso orientato a intercettare il pubblico generalista, Agonia rappresenta un’anomalia. È il lavoro meno immediato della discografia di Chiello, ma anche quello che restituisce con maggiore precisione il perimetro della sua identità. Dove Scarabocchi lasciava intravedere aperture più radiofoniche, qui l’artista stringe il campo e affonda nelle proprie coordinate espressive.
L’album si muove compatto, attraversato da un’estetica cupa e disincantata che richiama direttamente le atmosfere di Mela Marcia, portandole però a una forma più consapevole e strutturata. La scrittura è essenziale, mirata, capace di costruire immagini nette senza mai indulgere in sovrastrutture. Ogni parola sembra funzionale a un disegno più ampio, contribuendo a creare un senso di continuità tra i brani.
Le hit, di fatto, latitano. Oltre alla già nota “Ti penso sempre”, sono pochi i momenti che cercano un aggancio immediato. “Desaturarsi”, con la sua anima new wave, è tra gli episodi più accessibili, ma resta comunque inserita in un flusso che privilegia l’ascolto integrale rispetto alla fruizione frammentata. Agonia funziona infatti come un unico corpo sonoro: più che una raccolta di tracce, è un percorso, dove ogni episodio vive in relazione al successivo.
Le influenze sono evidenti ma mai invasive. L’ombra dei The Cure attraversa buona parte del disco, così come emergono richiami ai Joy Division e ai Bluvertigo, soprattutto nelle soluzioni più tese e introspettive. Tuttavia, Chiello riesce a evitare il rischio del citazionismo sterile, utilizzando questi riferimenti come struttura portante senza perdere la propria riconoscibilità.
Tra i momenti più riusciti spiccano “Scarlatta”, intensa e serrata, e “Polynesian Village”, che si impone come uno dei vertici emotivi del disco. Brani che sintetizzano bene la natura del progetto: istintivo e al tempo stesso curato, fragile ma mai incompiuto.
Il punto non è tanto la dimensione autobiografica, quanto quella musicale. Agonia suona come una sintesi — quasi una dichiarazione programmatica — del percorso intrapreso da Chiello sin dagli esordi, già ai tempi di FSK Satellite. È un disco che non cerca compromessi, né scorciatoie, e che proprio per questo può risultare meno “orecchiabile” rispetto al passato.
Ma è anche, probabilmente, il lavoro più riuscito. Perché in un contesto in cui l’urgenza di piacere a tutti finisce spesso per appiattire le proposte, Chiello sceglie di restare fedele alla propria visione. E in questa scelta trova una forma di maturità artistica che Agonia rende evidente, traccia dopo traccia.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
