La lunga carriera solista di Cesare Basile abbraccia ormai tre decenni, iniziando con “La Pelle” nel 1994.
Il percorso musicale del cantautore siciliano sembra una ricerca lucida e tenace per emanciparsi dagli schemi del rock convenzionale, definendo un linguaggio espressivo che supera le convenzioni e si estende oltre le norme stabilite.
La sua musica, che ha iniziato come cantautorato rock, ha gradualmente incorporato elementi di musica popolare, attingendo da una tradizione sepolta ma radicata nella sua terra d’origine. Questo processo ha portato alla luce connessioni febbrili tra il Mediterraneo e i Balcani, tra il blues minimale e le trame desertiche, tra l’acustico e l’elettrico. Lungo il percorso, la formazione che lo accompagna si è espansa e ristretta come un mantice, adattandosi alla sua evoluzione artistica.
Il passaggio all’uso dell’idioma siciliano è stato organico a questo processo di smarcamento e reinvenzione linguistica, rendendo la sua musica ancor più esterna alle convenzioni stabilite. Con il dodicesimo album in studio, “Saracena”, Basile agisce praticamente in solitario, avvalendosi solo di pochi collaboratori. Questo approccio anarchico alla musica evidenzia la sua autarchia artistica, permettendogli di esprimersi liberamente attraverso spettri e strumenti, spesso auto-costruiti, che sfidano le norme convenzionali.
“Saracena” affronta la tragedia del conflitto mediorientale senza cadere nelle trappole retoriche del giornalismo o dell’ideologia. Basile si ispira a poeti del passato e contemporanei per parlare di esilio e separazione, esplorando le vene di sofferenza che risalgono fino alla Nakba del 1948. Il disco si distacca dall’attualità per ribadire la profondità delle sue implicazioni, scavando nelle radici delle nostre responsabilità e della nostra civiltà.
Le canzoni di “Saracena” emergono come visioni distorte del presente, infestato dai fantasmi del passato e dalle incertezze del futuro. Brani come “Presenti Assenti” e “U Iornu Do Signori “ trasmettono un senso di disperazione e dolore, mentre in “Caliti Ciatu”, Basile si avvale del sublime cantato di Francesca Pizzo Scuto, creando una fusione linguistica ammaliante che riflette la complessità della cultura siciliana.
“Cappeddu a mari” chiude l’album con un ritratto struggente dell’anima siciliana, completando così un viaggio emozionale e spirituale che lascia un’impronta indelebile.
“Saracena” conferma ancora una volta il talento e l’ispirazione di Cesare Basile, che riesce a mescolare tradizione e sperimentazione in un mix unico e coinvolgente. Questo album non solo intrattiene, ma offre anche occasioni di riflessione profonda sul presente e sulla nostra identità culturale.
