ALBA – Trent’anni possono essere un’eternità oppure un istante. Dipende da ciò che, nel frattempo, è rimasto vivo.
Ad Alba, ieri sera, il tempo è sembrato fare entrambe le cose. Da una parte c’erano tre decenni di storia, di cambiamenti, di assenze e di trasformazioni. Dall’altra, quando sono partite le prime note, la distanza dal 5 ottobre 1996 — lo storico concerto nella Chiesa di San Domenico legato a La terra, la guerra, una questione privata e alla figura di Beppe Fenoglio — si è improvvisamente accorciata.
Il ritorno dei C.S.I. nella città delle Langhe, inserito nella Maratona Fenogliana, non poteva essere una semplice operazione nostalgica. Troppo ingombrante è la storia di questa band, troppo particolare è il rapporto con questo territorio, troppo attuale è ancora ciò di cui quelle canzoni continuano a parlare.
Sul palco, la formazione storica al completo: Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio Canali. Sei musicisti che non hanno bisogno di dimostrare di essere ciò che sono stati. E forse proprio per questo la serata non ha avuto nulla della celebrazione museale.
Nessun grande apparato scenografico, nessuna rincorsa all’effetto. Il palco è rimasto quasi spoglio. Il pubblico, invece, ha riempito lo spazio con una presenza fisica e partecipata che appartiene a un’altra idea di concerto: persone in piedi davanti alla scena, altre sedute sull’erba, le coperte sul prato, la sensazione di essere dentro qualcosa più che semplicemente davanti a qualcosa.
È una scelta che dice molto dei C.S.I. prima ancora che inizi la musica.
Perché questa è una band che non ha mai avuto particolare interesse per la comodità.
Il viaggio comincia con In viaggio, Occidente e Del mondo, quasi un ingresso progressivo dentro un paesaggio sonoro che non concede scorciatoie. Poi A tratti alza la temperatura e il concerto cambia dimensione. Il tramonto lascia lentamente spazio alla notte e il suono diventa fisico, scuro, compatto.
Ginevra Di Marco è una delle presenze più impressionanti della serata. La sua voce attraversa i brani con una forza che non ha bisogno di essere esibita. Si intreccia a quella di Ferretti, creando un contrasto che rimane uno dei tratti più riconoscibili dell’universo C.S.I.: la purezza del canto accanto a una voce che sembra arrivare da un luogo più ruvido, terreno, quasi profetico.
Poi arrivano Inquieto, Cupe vampe, Linea Gotica, Irata. Ed è qui che diventa evidente quanto poco senso abbia parlare dei C.S.I. soltanto in termini di nostalgia.
Quelle canzoni non appartengono soltanto agli anni Novanta.
Parlano di guerre, di macerie, di ideologie, di appartenenze, di un’Europa che non riesce a fare i conti con le proprie ferite. Parlano di un Occidente che continua a interrogarsi sulla propria identità mentre torna a confrontarsi con conflitti e divisioni che sembravano appartenere a un passato ormai archiviato.
Il tempo, evidentemente, non ha risolto quelle domande.
Anzi.
Ascoltati oggi, i C.S.I. hanno qualcosa di quasi scomodo. Non offrono consolazione, non cercano il ritornello rassicurante, non trasformano la complessità in uno slogan. La loro musica chiede attenzione e pretende una partecipazione che non è soltanto emotiva.
È politica nel senso più ampio e più nobile del termine: riguarda il modo in cui guardiamo il mondo.
Esco, Bolormaa, Blu, Forma e sostanza, Brace, Ongii: il concerto procede per accumulo, per stratificazioni, per improvvise aperture e successive compressioni. È una musica che non sembra invecchiata perché non è mai stata costruita sulla moda.
Al centro c’è ancora la tensione.
E dentro quella tensione si sente la straordinaria macchina musicale della band. Le chitarre di Zamboni e Canali, le tastiere di Magnelli, le percussioni e gli arrangiamenti, il basso di Maroccolo — spesso protagonista quasi fisico della serata — costruiscono un muro sonoro che non ha bisogno di effetti speciali.
I C.S.I. non sono tornati per sembrare giovani.
Sono tornati portandosi addosso il tempo.
Ed è forse questa la cosa più bella della serata.
Non c’è il tentativo di cancellare gli anni trascorsi. Al contrario, gli anni sono tutti lì: nei volti, nelle voci, nelle canzoni, nella memoria di chi ascolta. Ma invece di trasformarsi in rimpianto, diventano materia nuova.
Quando arriva E ti vengo a cercare di Franco Battiato, la dimensione del concerto cambia ancora. È un momento di sospensione, quasi una parentesi spirituale dentro una serata attraversata da conflitti e inquietudini. Una canzone che porta con sé un’assenza e che, proprio per questo, sembra appartenere perfettamente a una notte costruita attorno alla memoria.
La chiusura del set con Depressione caspica e Fuochi nella notte è intensa, prima che il bis riporti il pubblico verso Montesole.
E poi, quasi contro ogni previsione, si balla.
Matrilineare apre una crepa nella gravità della serata, M’Importa ‘Nasega la allarga con ironia, fino alla chiusura affidata a Buon anno ragazzi.
È un finale liberatorio, ma non consolatorio.
Perché la festa, nei C.S.I., non cancella mai le domande.
Forse è proprio questo che ieri sera Alba ha restituito. Non la fotografia di una band fermata nel tempo, ma l’immagine di una musica capace di attraversarlo.
Trent’anni dopo quel concerto nella Chiesa di San Domenico, il ritorno ha avuto inevitabilmente il peso della memoria. Ma la memoria, per essere davvero importante, deve smettere di essere soltanto ricordo.
Deve tornare a parlarci.
I C.S.I. lo hanno fatto con la loro lingua aspra, visionaria, talvolta respingente, certamente non accomodante.
E alla fine, mentre le ultime note si disperdevano nella notte albese, rimaneva una sensazione precisa: non eravamo tornati nel 1996.
Era il 2026 ad aver bisogno, per una sera, di ascoltare ancora quelle parole.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit: Vincenzo Nicolello








































Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
