Ci sono artisti che inseguono le mode e altri che preferiscono lasciarle passare. Beth Orton appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da oltre trent’anni la cantautrice inglese costruisce il proprio percorso seguendo esclusivamente il ritmo della creatività, senza fretta e senza compromessi. Ogni suo disco è il risultato di una lunga gestazione, ed è forse proprio questa attitudine a rendere la sua discografia così compatta e coerente.
Il 2026 coincide anche con un anniversario importante: sono trascorsi trent’anni da Trailer Park, l’album che nel 1996 la impose sulla scena internazionale. Prima ancora c’era stato il rarissimo SuperPinkyMandy, pubblicato nel 1993 soltanto in Giappone e nato dalla collaborazione con il produttore William Orbit, ma fu Trailer Park a cambiare le regole del gioco. L’incontro tra songwriting folk, elettronica e trip-hop diede forma a un linguaggio nuovo che la critica avrebbe presto ribattezzato “folktronica”. Beth Orton ne divenne uno dei volti simbolo.
Il successivo Central Reservation consolidò il suo prestigio, mentre album come Daybreaker e Comfort of Strangers mostrarono un’artista sempre più orientata verso una scrittura essenziale e profondamente legata alle radici del folk britannico. Dopo la maternità arrivò Sugaring Season, considerato da molti uno dei vertici della sua carriera per intensità emotiva e maturità compositiva.
Nel 2016 Kidsticks segnò un temporaneo ritorno ai paesaggi elettronici, anche se il disco finì per essere ricordato soprattutto per la controversia legata al videoclip di 1973, girato nel deserto del Mojave. Una vicenda che la cantante affrontò con grande trasparenza, scusandosi pubblicamente e facendo rimuovere il video.
L’ultimo capitolo, Weather Alive del 2022, ha confermato quanto la sua voce artistica sia rimasta unica nel panorama contemporaneo: essenziale, elegante e lontana da qualsiasi ricerca del consenso immediato.
Adesso è il momento di The Ground Above, un album che promette di aprire una nuova fase della sua carriera. Accanto a Orton troviamo musicisti di primo piano come Shahzad Ismaily, Vishal Nayak, Sam Beste, Grey McMurray, Dave Okumu e Christos Stylianides, chiamati a dare forma a un disco che si preannuncia ricco di sfumature.
La title track, pubblicata come primo assaggio, supera gli otto minuti e si muove come un sogno a occhi aperti: una composizione dilatata, sospesa, in cui la cantautrice riflette sul dolore, sul tempo e sulla capacità di attribuire un significato all’esistenza. Più che un semplice singolo, è una dichiarazione d’intenti che conferma la volontà di Beth Orton di continuare a esplorare nuovi territori senza rinunciare alla propria identità.
In un’epoca dominata dalla velocità e dagli algoritmi, Beth Orton continua a fare ciò che ha sempre fatto meglio: prendersi il tempo necessario per trasformare le esperienze vissute in musica. Ed è proprio questa fedeltà alla propria visione a rendere ogni suo ritorno un piccolo evento.
