Maggio 11, 2026
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C’è stato un momento, a metà dello spettacolo, in cui tutto sembrava sospeso. L’acqua – vera – invadendo la scena, scivolava tra i corpi in movimento, rievocando il videoclip di Black Nirvana. E lì, in quel frammento liquido e onirico, Elodie non era solo una popstar, ma una visione: potente, fluida, libera. È stata questa la cifra del suo primo “The Stadium Show“, andato in scena l’8 giugno a San Siro, davanti a 45.000 spettatori.

Non è da tutti varcare la soglia mitologica dello stadio milanese. Ancora meno è riuscire a piegarlo alla propria immaginazione. Elodie ci è riuscita. Con coraggio, consapevolezza e una visione internazionale che ha pochi precedenti nella scena pop italiana. Lo spettacolo si è articolato in quattro atti, quasi fossero quattro capitoli di un manifesto personale: Audace, Galattica, Erotica e Magnetica. Quattro parole, quattro anime, quattro dichiarazioni di intenti.

“Audace”, come una donna che ha imparato a brillare da sola. L’apertura è stata un’esplosione di energia, con costumi ispirati all’haute couture più estrema, arrangiamenti clubbing e una presenza scenica che non ha nulla da invidiare alle grandi popstar americane. Elodie domina il palco con uno sguardo fiero e una camminata sicura.

“Galattica”, come una visione del futuro. Laser, led, immagini digitali: è la parte più spettacolare, quasi cinematografica, dello show. Qui Elodie si fa avatar, astronauta, sacerdotessa di una nuova mitologia femminile. La danza si fonde con il digitale, la musica elettronica si espande nello spazio.

“Erotica”, il cuore pulsante dello spettacolo. Qui Elodie è carne e desiderio, ma mai oggetto. È soggetto, corpo che si racconta, si offre e si riappropria della propria sensualità. Le coreografie, il sound e il lighting design diventano un’estetica precisa: la celebrazione del corpo libero, queer, potente. La presenza di Ambrosia, drag queen magnetica e raffinata, conferma la vocazione inclusiva del concerto. Insieme, danzano e rivendicano il diritto di essere tutto: femminili, ironiche, sovversive.

“Magnetica”, infine, come l’attrazione che Elodie esercita oggi su un’intera generazione. Il finale è un abbraccio collettivo, una festa. Sul palco salgono Gaia, Nina Kravitz, una sorprendente Gianna Nannini e un Achille Lauro in versione glam-angelico. Il pop si fonde con la techno, il rock con la lirica, la canzone italiana con l’estetica dei rave internazionali.

Ma al di là dell’impianto scenico impressionante, delle visual spettacolari e di una direzione artistica perfettamente calibrata, quello che rimane è il messaggio. Questo show è un atto d’amore per la libertà. Libertà di essere sé stessi, di esprimersi senza confini, di amare chi si vuole. Non è un caso che gran parte del pubblico fosse composto da persone della comunità LGBTQ+.

Prima del bis, c’è ancora spazio per un monologo dedicato ai diritti LGBTQ+, interpretato dalla drag queen Sypario, che ironizza sul celebre slogan di Trump trasformandolo in “Make Equality Great Again” anziché “America”. Questo momento anticipa l’esibizione di Elodie con la canzone “Dimenticarsi alle 7”, accompagnata da una coreografia con altre quattro drag queen vestite in abiti haute couture. 

San Siro, per una notte, è diventato un tempio queer, un carnevale del sentimento, un luogo dove la diversità è stata finalmente celebrata e non solo tollerata. Lo spettacolo termina con l’esibizione della bandiera della Palestina.

Elodie non ha semplicemente cantato. Ha costruito un rito collettivo. Ha preso spazio, lo ha trasformato, lo ha restituito. E oggi, dopo quella notte, San Siro non è più lo stesso. E nemmeno la musica italiana.

Photo Credit: Rosaria Vecchio

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