Ottobre 16, 2026
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Ci sono artisti che cercano una strada e altri che, una volta trovata, provano subito a scappare da quella strada. Setak sembra appartenere alla seconda categoria. Con Blusanza, Alestalè e Assamanù ha costruito una trilogia che attraversa l’infanzia, l’adolescenza e la maturità, trasformando il dialetto abruzzese, la memoria familiare e le radici di Penne in una materia musicale capace di parlare ben oltre i confini da cui proviene. Ma guai a scambiarlo per un cantore nostalgico della provincia o per un paladino dell’identità territoriale: Nicola, dietro il nome Setak, diffida delle etichette, delle certezze e perfino delle storie che raccontiamo per spiegare chi siamo. Chitarrista, autore, musicista al servizio di altri prima di diventare il centro della propria musica, ha imparato a stare sul palco senza sentirsi un eroe e a esporsi senza rinunciare del tutto a nascondersi. Ora che la trilogia è finita, il futuro torna a essere una faccenda aperta. E forse è proprio qui che comincia la parte più interessante: quando hai finalmente capito da dove vieni, ma non hai nessuna intenzione di farti dire dove andare.

Dopo tre dischi, una Targa Tenco e anni passati a suonare per altri artisti, chi è oggi Nicola Pomponi?

La prima cosa che mi viene da dire è che la perdita quasi improvvisa di mio padre, avvenuta l’anno scorso, ha stravolto tutta la mia esistenza. In questo momento non sono in grado di darti una risposta lucida. Mi sento come uno che, per certi versi, deve ricominciare tutto da capo.

Detto ciò, non credo che Setak mi abbia trasformato in un’altra persona. Nel 2019 avevo delle canzoni e un’urgenza, ma non avevo ancora capito fino in fondo dove mi avrebbero portato. Oggi ho qualche consapevolezza in più, ma continuo a cambiare idea, a sorprendermi e a mettere in discussione le mie convinzioni. Non vorrei mai arrivare al punto di avere certezze.

C’è qualcosa che oggi sai di te che hai capito soltanto facendo questi tre dischi?

Sì, credo tantissime cose.

Alla fine, quando pubblichi una canzone o un disco, è come se ti mettessi a nudo, con tutto quello che ti porti dietro: i rapporti, le relazioni, la musica, i sentimenti, la tua vulnerabilità. Diventa un lavoro psicologico enorme, che ti porta a conoscere e scoprire sempre di più la tua parte più intima, a capire come funzioni.

Ho capito, per esempio, che posso fidarmi un po’ di più di me stesso. Che non posso continuare a cercare fuori le risposte a problemi che mi porto dentro. E soprattutto che posso ancora sorprendermi, che le cose possono accadere.

In qualche modo sento di aver fatto una piccola rivoluzione. Magari piccola per gli altri, enorme per me.

Ho capito anche che, se non avessi fatto questi dischi, la mia vita sarebbe stata decisamente peggiore, sotto diversi aspetti.

Ma la cosa forse più potente è che mi hanno dato il mio posto nel mondo e la consapevolezza di aver lasciato una traccia di me, per me molto importante.

Sai, è dura lasciare questo mondo senza aver avuto la possibilità di fare quello che avresti voluto fare. In questo senso mi sento un privilegiato, perché purtroppo non tutti hanno questa possibilità.

Poi preferisco che siano gli altri a decidere quanto sia importante quella traccia.

Hai costruito una trilogia che va dall’infanzia alla maturità. La cosa più difficile da raccontare è stata l’infanzia, l’adolescenza o l’uomo che sei diventato?

L’uomo che sono diventato, sicuramente.

L’infanzia e l’adolescenza hanno già una distanza: puoi guardarle quasi come se appartenessero a un’altra persona. Il presente invece è ancora caldo, non sai come andrà a finire e, mentre lo racconti, lo stai ancora vivendo.

Per me è ancora più complicato perché cambio idea spesso. Mi piace cambiare, lasciarmi sorprendere dall’evoluzione che può portarmi anche solo una parola ascoltata da qualcuno o un ragionamento che non avevo mai considerato.

Ho paura di fissare il presente in una canzone e poi scoprire che, mentre la canto, non sono più quella persona.

Il passato invece, soprattutto i miei primi quindici anni di vita, è facilissimo da raccontare. Sono ricordi così potenti, limpidissimi, impressi nella roccia. Per me sono un libro da leggere.

Hai detto che con Assamanù hai fatto pace con il passato. Con quale parte del tuo passato, esattamente, dovevi fare pace?

In realtà credo che quella riconciliazione sia cominciata molto prima, con Blusanza.

È stato il progetto Setak a riconciliarmi con il mio passato, perché a un certo punto ho smesso di considerarlo qualcosa da superare.

Ho preso le cose che mi appartenevano e che fino ad allora reputavo dei limiti, come la lingua che parlavo a casa, i luoghi da cui venivo, le persone della mia famiglia, i ricordi della mia infanzia, Penne, e ho deciso di metterle al centro della mia vita artistica.

Prima forse pensavo che per andare avanti dovessi allontanarmi da quel mondo. Poi ho capito che potevo portarlo con me.

Il primo disco è stato il gesto concreto con cui ho smesso di vergognarmi di alcune parti della mia storia e ho iniziato a considerarle materiale vivo.

E soprattutto: hai davvero fatto pace o ci hai semplicemente imparato a convivere?

Credo di averci fatto pace proprio perché non mi sono limitato a conviverci. Se avessi soltanto imparato a sopportare il passato, probabilmente non sarebbe diventato il centro di tre dischi.

Gli ho dato una forma, l’ho trasformato in parole, suoni e immagini. Questo non significa che tutto sia risolto. Ci sono ancora ricordi che fanno male e aspetti del mio carattere con cui continuo a fare i conti.

Però oggi non sento più il bisogno di prendere le distanze da quello che sono stato. Nelle mie canzoni non sto tornando indietro, sto portando quel mondo dentro il presente.

Quando dici “Setak”, stai parlando di te stesso o di una versione di te stesso?

Non sono uno di quelli che si trasformano completamente sul palco. Non saprei farlo e, se sapessi farlo, probabilmente lo farei. (ride)

Quando salgo sul palco penso di essere abbastanza me stesso, forse non completamente.

Setak è Nicola quando decide di non proteggersi troppo. È la parte di me che osserva, ricorda, mette in fila le parole e prova a dare un senso alle cose. Non è un personaggio, ma è una versione più esposta, più concentrata e forse anche più sincera.

Nicola contiene molte cose che a Setak non servono e viceversa, come succede a tutti quando scelgono che cosa mostrare di sé. Però non c’è una maschera: c’è una selezione.

Il nome viene da lu setacciar, dalla tua famiglia. Cosa hai ereditato dalla tua famiglia che oggi finisce inevitabilmente nella tua musica?

Ho ereditato il modo di parlare, un certo tipo di ironia e una maniera molto concreta di stare nelle cose. Anche il modo di pensare, che non è sempre il massimo e che provo a limare da anni.

Vengo da un contesto familiare per molti versi bello, ma non da un ambiente in cui fosse naturale pensare che certe cose potessero accadere.

Quando sono partito da Penne ho dovuto imparare molto da solo. Non avevo intorno persone che mi spiegassero il mestiere o mi guidassero nelle scelte professionali.

Quindi mi porto dietro gioie e dolori, la capacità di arrangiarmi e anche quella sensazione di essere spesso l’ultimo o quello fuori posto.

Nelle canzoni entrano tutti questi elementi, anche quando non parlo direttamente della mia famiglia.

Un setaccio serve a separare, trattenere qualcosa e lasciar passare qualcos’altro. È una metafora che senti tua anche come musicista? Cosa cerchi di trattenere e cosa invece vuoi eliminare?

È una metafora che sento molto, anche se non avevo scelto il nome pensando a questo significato.

Scrivere per me è soprattutto un lavoro di sottrazione. Devo capire che cosa trattenere e che cosa lasciare cadere.

Dalle mie parti c’era un anziano saggio, Zi ‘Ntonie, che diceva: “Lu parlà serve sole a nsignà li pazzità”, cioè parlare serve soltanto a insegnare le cazzate.

Io sono abbastanza d’accordo con lui. Più una canzone parla, più rischia di spiegare troppo. A volte bisogna lasciare soltanto l’immagine giusta e lo spazio intorno.

Che rapporto hai con l’Abruzzo?

È come chiedermi che rapporto ho con i miei genitori: un rapporto viscerale, profondissimo e non sempre semplice.

L’Abruzzo mi ha formato emotivamente. Ha formato il mio immaginario, il mio carattere, la mia lingua. È la mia grammatica, sia lessicale che emotiva.

Però non ho mai sentito il bisogno di rappresentarlo come se fossi un ambasciatore. Non c’è qualcuno che mi paga per sponsorizzarlo. 

Io sono semplicemente un cantautore e racconto quello che conosco e dentro quello che conosco c’è inevitabilmente l’Abruzzo: i paesi, le distanze, il modo di parlare, le contraddizioni, le persone che si conoscono tutte e le cose che spesso restano non dette.

Se qualcuno riconosce in una mia canzone un territorio o un’appartenenza, ne sono felice, ma non parto dall’idea di dover rappresentare una regione. È la mia musica che per qualcuno rappresenta l’Abruzzo, ed è ben diverso.

Non ho bisogno di rivendicare la mia abruzzesità ogni due secondi. In qualche modo sento di esserlo, l’Abruzzo.

E poi questa cosa dell’orgoglio territoriale non l’ho mai capita fino in fondo. Posso essere felice di essere nato in Abruzzo, posso amarlo profondamente, ma orgoglioso di cosa? Non è che abbia fatto qualcosa per nascere lì. (ride)

Preferisco che sia quello che faccio a raccontare da dove vengo.

Hai definito il dialetto una sorta di lingua sentimentale. C’è qualcosa che in italiano non riusciresti a dire con la stessa precisione?

Sì, ma non necessariamente perché in dialetto esistano parole intraducibili. È che alcune cose, in italiano, mi sembrano subito costruite.

L’abruzzese è la lingua con cui ho imparato a sentire le cose. È la lingua della mia famiglia, delle persone che mi hanno cresciuto, delle prime emozioni. Quando la uso non devo passare attraverso una traduzione mentale.

In italiano posso dire le stesse cose, ma spesso mi sembra di doverle spiegare. In dialetto invece arrivano già con il loro peso, il loro tono e la loro storia.

Per questo lo definisco una lingua sentimentale: non perché sia più autentica in assoluto, ma perché per me è la lingua più vicina all’origine dei sentimenti.

Qual è una parola abruzzese che, tradotta in italiano, perde completamente la sua forza?

“Assamanù” è un esempio perfetto.

Puoi tradurlo, per esempio, con “in questa maniera”, ma nessuna di queste espressioni contiene davvero tutto quello che significa.

Dentro assamanù c’è un atteggiamento, il modo di fare una cosa senza troppe sovrastrutture, con una certa approssimazione ma anche con una forma di intelligenza pratica.

È una parola che può descrivere un gesto, un lavoro, una giornata intera. Tradurla significa spiegarne il significato, ma perdere il tono con cui viene pronunciata.

Il dialetto ti permette di essere più intimo o, paradossalmente, ti permette di nasconderti meglio?

Quando scegli di utilizzare una lingua totalmente minoritaria a livello nazionale, almeno quando ho cominciato io, ti esponi molto di più. Non mi sono mai sentito così nudo e scoperto come all’inizio di questo percorso.

Però, dentro la canzone, il dialetto mi permette anche di essere più intimo perché crea una piccola distanza. Posso dire una cosa molto personale senza sentirla esposta in modo diretto, quasi nuda.

A volte mi consente di dire cose che in italiano sembrerebbero banali o troppo esplicite. È come parlare da una stanza accanto, la persona ti sente, ma non ti vede completamente. Mi nascondo un po’ per riuscire a espormi di più.

Ti è mai capitato di scrivere una frase in italiano e pensare: “No, questa in abruzzese non funziona”, oppure il contrario?

Assolutamente sì. Proprio per questo in genere non traduco quasi mai dall’italiano all’abruzzese: si sente subito quando una frase è nata in un’altra lingua.

Può essere una frase bellissima in italiano e diventare ridicola in dialetto, oppure il contrario. Sono due lingue che producono anche due modi diversi di pensare.

Nei miei dischi ci sono parti in italiano proprio per questo. Se una cosa nasce in italiano, non sento la necessità di convertirla. E, allo stesso modo, se domani mi venisse naturale inserire una frase in dialetto sardo, non sentirei di aver tradito il progetto Setak.

Non mi interessa il dialetto in sé. Mi interessa il fatto che, per dire certe cose, finora ho avuto quasi sempre bisogno del dialetto. La lingua arriva insieme all’immagine e al ritmo della frase, non viene scelta per dimostrare qualcosa.

L’italiano nella musica italiana spesso tende all’omologazione. Il dialetto è diventato per te una forma di resistenza all’omologazione o sarebbe una definizione troppo politica della tua musica?

Grazie per la domanda! (ride)

Tengo molto a precisare che non considero il dialetto un elemento di valore in sé. Non penso che una canzone sia più interessante perché è in dialetto. 

Credo nella forza di un progetto completo. Che sia in dialetto, in italiano o in una lingua sconosciuta, deve catturarmi nella sua interezza.

Molte persone mi mandano dei pezzi in dialetto come se avessero già deciso che potrebbero essere più interessanti per me. Non è assolutamente vero. Preferisco che una persona mi dica semplicemente: “Vorrei farti ascoltare un brano”, punto. Può essere in qualsiasi lingua, non mi interessa. Mi interessa il pezzo.

Io non ho scelto l’abruzzese per oppormi a qualcosa. È stata una scelta istintiva e, in quel periodo, probabilmente non poteva esserci una scelta più antieconomica. Non avevo nessuna garanzia che una lingua così circoscritta potesse trovare un pubblico.

Poi è evidente che usare una lingua laterale rispetto a quella dominante produca delle conseguenze e possa diventare, di fatto, una forma di resistenza all’omologazione. Ma non sono partito con quella intenzione.

Volevo semplicemente fare un disco, in un periodo buio della mia vita, di cui non mi sarei dovuto pentire.

Hai suonato per artisti molto diversi tra loro. Cosa hai imparato dai grandi artisti italiani che non avresti mai imparato studiando musica?

È stata una scuola fondamentale.

Ero un ragazzino che arrivava da Penne con la chitarra e non conosceva il meccanismo della musica professionale. Pensavo che gli artisti fossero degli alieni, dei mostri a tre teste che dicessero e pensassero cose strane.

Nel mio paese non avevo intorno persone che potessero guidarmi nelle scelte o insegnarmi il mestiere ad alti livelli.

Stando al loro fianco ho scoperto che erano persone normali, con le loro fragilità, le paure e le giornate storte.

Questa cosa ha umanizzato un mondo che per me sembrava inarrivabile. Ho capito che si poteva fare, che non era un universo riservato a persone nate già dentro quel sistema.

È un po’ quello che succede con i sogni. Come la realtà ridimensiona i sogni, le persone umanizzano gli idoli.

Magari avrei avuto un percorso diverso, ma insomma, sentivo che si poteva fare.

Soprattutto attraverso le cose meno piacevoli ho imparato che la musica non è soltanto musica. Conta la capacità di attraversare un imprevisto, di gestire i momenti difficili, e sono tanti, di entrare nell’emotività di chi suona con te.

Ho imparato soprattutto che cosa non mi piace del mestiere, e non è poco.

Andare via da Penne e vivere quelle esperienze ha reso concreto qualcosa che prima guardavo da lontano.

C’è qualcosa che hai imparato su un palco di un altro artista e che poi hai rubato, trasformandolo, nei tuoi concerti?

Sicuramente quando lavori con tanti artisti assorbi un sacco di cose, anche senza accorgertene. Poi cerchi di setacciare quelle che ti sembrano migliori.

Ma io ho fatto anche il percorso inverso. Ho imparato soprattutto cosa non voglio riprodurre nei miei concerti.

Per esempio, ho capito quanto sia brutto lavorare con persone dall’emotività imprevedibile, che trasmettono ansia a tutti. Quando succede, l’intera band ne risente. Per questo cerco di creare un clima bello per i musicisti. Per me è una cosa fondamentale.

Poi c’è un altro aspetto. Io ho una visione da band, anche se il progetto porta soltanto il mio nome. Se fosse per me, farei il sideman anche per Setak, ma per ragioni fisiche non posso. (ride)

Non mi piace l’artista egoriferito che considera gli altri musicisti soltanto un supporto. E questa è una cosa che noto spesso nei concerti italiani.

A volte sembra che sul palco ci sia un eroe e dietro una serie di comparse. 

Io amo molto di più una certa estetica inglese, dove la band è un organismo e ogni musicista ha una sua identità.

Non è una questione di democrazia sul palco, è una questione musicale. Se hai dei musicisti straordinari, perché dovresti nasconderli?

Quelli che suonano con me li considero dei giganti. Prima di tutto perché per me lo sono davvero. E poi perché li ho cercati uno per uno, proprio per come suonano.

Non mi basta che uno sappia fare il suo lavoro. Mi interessa chi è musicalmente e cosa porta dentro la musica.

Se ti togliessero la chitarra per un anno, pensi che Setak sopravviverebbe?

Assolutamente sì, anzi, se devo essere sincero sarebbe un sogno. Così imparerei finalmente a suonare meglio il pianoforte! (ride)

In Assamanù hai messo insieme persone provenienti da mondi diversi. Quando inviti qualcuno dentro una tua canzone, cosa cerchi: una voce diversa dalla tua o qualcuno che sappia entrare nel tuo mondo senza cambiarlo?

Sono ossessionato dalla voglia di conoscere persone speciali.

Ho la fortuna di incontrarne e di averne incontrate molte.

Amo le persone che mi riempiono, così come non sopporto il senso di vuoto che mi lasciano altre. E a volte le due cose combaciano! (ride) Ma ci sta, fa parte del gioco.

Non mi interessa il mondo da cui provieni. Mi interessa l’attitudine, la tua frequenza emotiva.

Tutte le persone con cui ho collaborato mi hanno in qualche modo cambiato la vita. Non avrebbe senso per me collaborare con una persona solo perché è brava in quello che fa.

C’è stato un collaboratore che ti ha fatto cambiare idea su una canzone?

La persona di cui mi fido ciecamente è Fabrizio Cesare, il mio produttore, con cui scrivo e collaboro dall’inizio.

Setak è la crasi tra me e lui.

Non ho mai conosciuto una persona come lui artisticamente. Abbiamo costruito un linguaggio insieme e ho una fiducia nei suoi confronti incrollabile.

Se non lo vedo convinto di qualcosa, può rovinarmi il sonno. (ride)

I giudizi degli altri li accolgo senza problemi, anche perché riesco a vedere con chiarezza il loro percorso e quindi filtro sempre.

A parte Fabri, gli unici che potrebbero distruggermi con un giudizio negativo sono le persone della mia famiglia. Se so che a mio fratello non piace un pezzo, mi dispiace molto. Lo stesso discorso valeva per mio padre. Non percepire il suo entusiasmo era una cosa ingestibile per me.

Discorso diverso per mia madre, che è una rocchettara e quindi si annoia facilmente. (ride)

Gli altri collaboratori arrivano di solito a giochi fatti o quasi fatti. Quando è troppo tardi per dare sentenze! (ride)

Però pare non si sia mai lamentato nessuno. (ride)

Con gli artisti con cui hai collaborato, tra i quali Francesco Di Bella, Simone Cristicchi e Luca Romagnoli, che cosa cercavi da ciascuno di loro che tu non potevi dare a quel brano?

Non ho mai ragionato in termini di qualcosa che mi mancasse.

Semplicemente ci sono brani che sono andati a cercarli perché avevano le loro frequenze. In qualche modo quelle canzoni appartenevano anche a loro.

Qual è stata la collaborazione più difficile da far funzionare?

Nessuna.

Anzi, si ricollega a quello che dicevo prima: se una canzone va a cercarsi una persona, se quella persona appartiene davvero al brano, non dovrebbe essere difficile far funzionare la collaborazione.

Se fosse stata difficile, vorrebbe dire che non era sincera o che avevo sbagliato qualcosa.

E soprattutto: con chi vorresti collaborare che oggi sembra completamente fuori dal tuo mondo?

Ce ne sarebbero tantissimi, all’estero non ti dico. Anche in Italia ho stima di molte persone. Il problema è che tutti quelli che mi vengono in mente non li sento poi così lontani dal mio mondo.

Sono attratto soprattutto dall’attitudine, non necessariamente da quello che uno fa. Mi interessa capire che tipo di persona hai davanti, che frequenza emana, che modo ha di stare nelle cose.

Per esempio, vengo da un’esperienza incredibile in Nepal, dove ho avuto modo di suonare con dei musicisti locali. E lì ho avuto la conferma che mondi apparentemente lontanissimi possono dialogare, a patto che ci sia la volontà di ascoltarsi.

Quando entro in contatto con un’altra cultura mi saltano tutti i riferimenti. Le cose che conosco, i linguaggi a cui sono abituato, persino il mio modo di ascoltare vengono messi in discussione. E questa cosa mi smuove qualcosa di fortissimo dentro.

Comunque, se devo farti un nome concreto, sarei molto curioso di vedere che cosa succederebbe con Mk.gee. Anche se, a pensarci bene, non lo sento affatto così lontano dal mio mondo. Quindi forse non ti ho risposto neanche stavolta. (ride)

Quest’estate passi da Stazioni Lunari al Jova Summer Party. Sono due mondi molto diversi. Quanto cambia Setak quando cambia il pubblico davanti a lui?

Esatto, dici bene, cambia molto il pubblico, ma io faccio le stesse cose! (ride)

Da una parte mi fa molto piacere constatare che la mia musica è trasversale. È una caratteristica di cui vado fiero.

Viviamo in un mondo in cui tutto deve essere perfettamente catalogabile. Il fatto di non esserlo mi rende libero, in qualche modo.

A Stazioni Lunari il pubblico può arrivare già predisposto all’ascolto e mi sento di dire che lo sento più vicino a me. In un contesto come il Jova Summer Party, invece, puoi trovarti davanti persone che non sanno chi sei e che magari stanno aspettando altro.

In quel caso dipende molto da come vieni presentato dall’artista e devo dire che Jovanotti è stato stellare con me.

Detto questo, su ogni palco il mio compito è semplicemente quello di essere me stesso.

Il palco grande ti fa sentire più libero o ti costringe a essere più essenziale?

Ti dico solo che con il mio gruppo di lavoro abbiamo stabilito che la prima cosa che verifichiamo quando c’è una data è la possibilità di non avere un palco grande. Addirittura, se c’è, cerchiamo di toglierlo o di mettere al massimo una pedana.

Questo proprio perché non amo i palchi grandi, anche se starci sopra può avere un bell’impatto.

Vuoi o non vuoi, creano molta più distanza rispetto a una situazione intima, in cui riesci a vibrare insieme alle persone in tutt’altro modo, senza sovrastrutture.

Per me non c’è paragone, sia da spettatore che da addetto ai lavori.

Quando chiudo gli occhi e sogno il concerto della mia vita non ho mai immaginato uno stadio. Non ho quel tipo di vanità.

Chiudo gli occhi e immagino al massimo un luogo come la Cavea dell’Auditorium di Roma.

Poi quello che viene viene, ma questo è.

Sei stato a lungo anche il musicista dietro qualcun altro. Quando sei tu quello al centro del palco, qual è la cosa che ancora ti mette più in difficoltà?

Accettare che in quel momento tutto passi attraverso di me.

Da chitarrista puoi essere fondamentale senza essere il centro dell’attenzione. Puoi sostenere una canzone, correggere un problema, aiutare un altro artista senza che il pubblico se ne accorga.

Da cantautore non puoi nasconderti dietro la funzione che svolgi. Se una sera sono stanco o non sono completamente presente, si sente.

Ma è proprio questa imprevedibilità che mi piace della musica dal vivo. È anche uno dei motivi per cui nei miei concerti preferisco non utilizzare sequenze o basi. Mi piace pensare che un concerto possa essere memorabile e quello successivo magari meno riuscito. Che ci sia sempre una parte di rischio.

Per me è una caratteristica fondamentale del live. Se elimini completamente la possibilità che qualcosa vada storto, rischi di eliminare anche quella che rende una serata irripetibile. E a quel punto, almeno per come la vedo io, diventa un lavoro come un altro.

All’inizio essere al centro di tutto questo mi metteva molto in difficoltà. Oggi mi diverte di più, ma una parte di quell’imbarazzo è rimasta e credo mi faccia bene, perché mi impedisce di salire sul palco dando tutto per scontato.

Qual è il disco che avresti voluto scrivere tu?

Forse Graceland di Paul Simon, perché è un disco capace di tenere insieme scrittura popolare, ricerca, ritmo e una visione del mondo molto precisa. Quel disco è la Bibbia della sintesi e della contaminazione.

Qual è il musicista che ti ha fatto venire voglia di prendere in mano una chitarra?

Il primo tra tutti è stato mio padre.

Lui suonava la tastiera in una band lì al paese, però mi diceva sempre che il suo sogno era quello di suonare la chitarra. Non l’ha mai realizzato come avrebbe voluto.

Iniziai spinto anche da quel motivo. Volevo farlo perché mi sentivo una specie di suo prolungamento, qualcuno che voleva fare le cose che lui non aveva potuto fare.

Così è stato per il 99% delle cose che ho fatto nella vita.

Senza forzature, lui non me l’ha mai chiesto.

Mi manca tantissimo.

Quale artista italiano pensi sia stato capito meno di quanto meritasse?

Bah, ce ne sono tantissimi.

Continuo a non capire una parte della mia generazione musicale. Si vanno a ripescare le cose più improbabili, magari si celebra l’album “sperimentale” di Umberto Smaila, e poi nell’ambiente indie sento parlare pochissimo di gente come Demetrio Stratos o Mauro Pagani.

Comunque, se devo dirtene uno, ti spiazzo: Pino Daniele.

E lo dico proprio perché è stato un artista di enorme successo. Secondo me non è stato capito fino in fondo.

Quando si parla di lui, anche involontariamente, si finisce spesso per depotenziarlo. Penso soprattutto a certe reinterpretazioni, dove viene fuori una teatralità neomelodica che io nella sua musica non ho mai sentito.

Pino aveva un mondo musicale molto più vasto e complesso. E a volte ho la sensazione che venga ricordata soltanto una parte di quel mondo.

29. Qual è una cosa considerata “pop” che ti piace senza vergogna?

Innanzitutto non provo nessuna vergogna. (ride)

Io mi considero un artista pop. Faccio canzoni.

In Italia però abbiamo uno strano rapporto con questa parola. Spesso pop diventa sinonimo di qualcosa di prevedibile, banale e tragicamente algoritmico.

Ma il pop non è necessariamente questo.

Amo il pop fatto bene, quello che non ti tratta da stupido. I Coldplay, per esempio.

Qual è invece una cosa che tutti considerano intoccabile e che a te non dice niente?

Ce ne sono parecchie, ma non so se voglio farmi tutti questi nemici in una sola intervista. (ride)

Però, già che ci siamo, la prima cosa che mi viene in mente sono i Queen.

Qual è il concerto che ti ha cambiato la percezione della musica?

Mah, se devo essere sincero, la scintilla che ha cambiato la mia percezione della musica è stata questa. Avevo circa diciassette o diciotto anni.

In quel periodo suonavo a casa da solo, ero ossessionato dalla chitarra e mi spaccavo le mani ogni giorno a studiare canzoni e i grandi del blues. Ma non sapevo dove sbattere la testa. Pensavo che quella musica si potesse fare soltanto dall’altra parte del pianeta e non avevo mai visto nessuno suonarla dal vivo, figuriamoci a Penne.

Una sera andai in un pub che all’epoca ospitava musicisti che facevano musica dal vivo. Qualcuno mi disse che quella sera ci sarebbe stata musica. All’epoca dalle mie parti c’erano soprattutto tribute band. Invece entrai e mi catapultai immediatamente in un’altra dimensione.

Vidi queste persone che sembravano provenire da un altro pianeta. Si chiamavano Butterfly Blues Band. Erano incredibilmente autentici. Suonavano blues con un coinvolgimento e un gusto fuori dal comune. Non ci potevo credere, mi ricordo che mi commossi.

Il cantante della band era Vincenzo Melchiorre Ricci, una figura importantissima della musica dalle mie parti, e il chitarrista era suo figlio Alex, un fuoriclasse della chitarra blues.

In quel periodo li inseguivo ovunque. Diventammo amici e furono fondamentali per il mio percorso.

Comunque quella sera, grazie a loro, ebbi un’illuminazione clamorosa: si può fare.

Qual è la canzone che non riesci ad ascoltare senza tornare a una persona o a un momento preciso della tua vita?

Oh, questa è tostissima.

Ci sono canzoni che mi spaccano in due, mi devastano.

Potrei dirtene mille, ma pezzi come Let It Be, Have You Ever Seen the Rain, Brown Eyed Girl, Crêuza de mä, Don’t Think Twice, It’s All Right…

Tutte legate a mio padre, alla mia famiglia.

Se dovessi spiegare Setak a qualcuno usando tre dischi che non sono tuoi, quali sceglieresti?

Forse sceglierei i primi tre dischi che ho ascoltato con attenzione da bambino. Credo che quelli mi abbiano dato una bella botta. (ride)

With a Little Help from My Friends di Joe Cocker.

Long Way Home di Clarence “Gatemouth” Brown.

Led Zeppelin II.

Qual è la critica che ti ha fatto più male e quale quella che ti ha fatto pensare di essere sulla strada giusta?

La critica, che poi non è neanche una critica, che mi fa più male è quando mi dicono: “Peccato che sia in dialetto”.

Perché lì hai proprio la conferma di essere completamente solo.

Soprattutto quando a dirtelo sono persone da cui ti aspetteresti una considerazione diversa, più alta.

Mi successe anche al Premio Tenco, dove fui ospite nel 2022. Un ambiente in cui ti aspetti di essere più compreso, e invece no. Anche lì un sacco di giornalisti mi fecero quel tipo di battuta. Mi fece impressione una persona molto importante, di cui non farò il nome, che mi disse: “Le tue canzoni sono così belle, ma che peccato”. Ci rimasi malissimo.

Ti rendi conto che alla fine sei sempre solo, almeno finché quello che fai non diventa in qualche modo una regola. Molte persone hanno bisogno dei numeri, del successo o dell’approvazione di qualcun altro prima di riuscire a formulare un giudizio proprio. E così quello che fino a ieri era un limite, improvvisamente diventa un valore. Ma la musica nel frattempo è rimasta la stessa.

Alla seconda parte della domanda, invece, risponderei che non c’è stata una critica precisa che mi abbia fatto pensare: “Ecco, allora sono sulla strada giusta”. Certo, finora sono stato molto fortunato con le critiche e sono onorato di questo, ma non ho mai attribuito loro un peso così grande.

Certi commenti generano entusiasmo, ma le cose che ti riempiono di gioia e di voglia di continuare sono altre. È il fatto che una canzone arrivi a qualcuno, che una persona riconosca dentro un brano qualcosa di proprio. Quello mi fa pensare di essere sulla strada giusta molto più di una recensione positiva.

Hai già chiuso la trilogia. Adesso cosa succede quando non hai più bisogno di raccontare la tua vita seguendo un progetto preciso?

In realtà non avevo un progetto preciso dall’inizio. Non sono partito pensando di fare una trilogia.

Durante la scrittura di Assamanù mi sono reso conto che quei dischi stavano costruendo una traiettoria: l’infanzia, l’adolescenza, la maturità.

Ora quella cornice non c’è più. Da una parte mi disorienta, dall’altra mi permette di partire da una frase, da un suono o da un’immagine senza doverla inserire per forza dentro una storia già stabilita.

Non sento il bisogno di sapere subito quale sarà il prossimo capitolo.

Adesso che hai raccontato l’infanzia, l’adolescenza e la maturità, che cosa ti resta da raccontare?

La morte, soprattutto se la puoi raccontare. 🙂

La trilogia è finita. Setak invece, dove vuole andare?

Non lo so esattamente, ed è una sensazione che mi spiazza ma mi fa sentire vivo allo stesso tempo.

So abbastanza bene dove non voglio andare. Non voglio ripetere una formula soltanto perché ha funzionato e non voglio che il dialetto o l’Abruzzo diventino una gabbia identitaria.

Quando ho iniziato, nessuno avrebbe potuto prevedere che quelle canzoni in abruzzese sarebbero diventate il centro del mio percorso.

Vorrei conservare la stessa libertà, fare il disco che in quel momento sento necessario, anche se dovesse spostare Setak da dove tutti, me compreso, si aspettano di trovarlo.

Alla fine, Setak non sembra avere molta voglia di diventare una certezza, né di trasformare ciò che ha conquistato in una formula da ripetere all’infinito. Ha fatto pace con il passato senza archiviarlo, ha trovato una voce senza volerla trasformare in una bandiera e ha costruito un mondo musicale senza sentirsi obbligato a restarci dentro. Adesso può permettersi il lusso più raro: non sapere esattamente che cosa succederà dopo. Magari una nuova lingua, magari un suono che ancora non conosce, magari una canzone nata da una frase ascoltata per caso. La trilogia è chiusa, ma non c’è aria di resa dei conti definitiva. Piuttosto, quella di chi ha capito che la musica serve anche a cambiare idea, a perdere la strada e a ricominciare da capo. Perché, se c’è una cosa che Setak sembra aver imparato in questi tre dischi, è che le radici possono tenerti in piedi senza impedirti di muoverti. E che il bello, a volte, comincia proprio quando smetti di sapere dove stai andando.

Articolo a cura di Angela Todaro

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