CERVERE — Ci sono concerti che finiscono quando si accendono le luci. E poi ci sono concerti che continuano a lungo dopo l’ultima nota, perché quello che è successo sul palco ha lasciato qualcosa addosso. Quello di Riccardo Cocciante, ieri sera all’Anfiteatro dell’Anima di Cervere, appartiene alla seconda categoria.
In una notte di fine estate, dentro uno degli spazi più suggestivi del Piemonte, Cocciante ha riportato sul palco una parte enorme della storia della musica italiana. Non soltanto un repertorio di canzoni conosciute da generazioni, ma una raccolta di emozioni, immagini, amori, addii e ricordi che nel corso degli anni sono diventati patrimonio collettivo.
Il pubblico lo aspettava. E quando Riccardo Cocciante è comparso sul palco, la distanza tra artista e spettatori è sembrata immediatamente annullarsi.
A ottant’anni, Cocciante non ha bisogno di dimostrare nulla. La sua storia parla per lui. La sua voce, però, continua a fare quello che ha sempre fatto: entrare nelle canzoni e trasformarle in qualcosa di profondamente personale.
È una voce che non cerca la perfezione chirurgica. È una voce vissuta, segnata dal tempo, capace proprio per questo di dare alle parole un peso diverso. Ogni frase sembra arrivare da lontano, attraversare decenni di musica e tornare al presente con una nuova intensità.
E quando arrivano le canzoni più amate, il pubblico non resta più semplicemente ad ascoltare.
Canta.
Succede con quei brani che ormai fanno parte della memoria sentimentale di un intero Paese. Canzoni che basta accennare perché nella testa di chi ascolta si riaccendano immagini precise: una persona, una stagione della vita, un’estate, un amore, magari anche una ferita che sembrava dimenticata.
È il potere dei grandi classici. E Cocciante ne possiede più di uno.
Margherita, soprattutto, continua a essere una canzone fuori dal tempo. Cinquant’anni dopo la sua uscita, non sembra una pagina ingiallita del passato, ma un brano ancora capace di parlare al presente. Le generazioni cambiano, cambiano i modi di ascoltare la musica, cambiano i linguaggi. Ma certe melodie restano.
E restano perché, prima ancora di essere canzoni, sono diventate ricordi.
Quella di Cervere è stata anche una serata nel segno del teatro, dimensione inseparabile dal percorso artistico di Cocciante. Il suo rapporto con la scena, culminato nella straordinaria esperienza di Notre Dame de Paris, ha contribuito a costruire negli anni un universo musicale in cui la canzone non è mai soltanto canzone: è racconto, interpretazione, dramma, sentimento.
All’Anfiteatro dell’Anima tutto questo ha trovato una cornice naturale.
Il nome stesso del luogo sembrava dialogare con la musica. La notte, le colline, il pubblico raccolto davanti al palco e quella grande struttura scenica hanno creato un’atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo.
Ma il vero spettacolo, alla fine, è stato il rapporto tra Cocciante e le sue canzoni.
Non c’è stata la necessità di rincorrere mode, effetti o trovate. La forza è stata nella musica. Nel repertorio. Nella capacità di lasciare che una melodia conosciuta milioni di volte potesse ancora sorprendere.
È forse questo il privilegio dei grandi artisti: arrivare a un punto della carriera in cui non devono più conquistare il pubblico, perché il pubblico è già parte della loro storia.
Cocciante ieri sera non ha semplicemente ripercorso cinquant’anni di carriera. Ha attraversato il tempo insieme alle persone che quelle canzoni le hanno vissute.
C’erano quelli che le hanno scoperte quando erano appena uscite e quelli che le hanno conosciute molti anni dopo. C’erano generazioni diverse, unite dalla stessa capacità di riconoscersi in una voce e in una melodia.
È questa, probabilmente, la cosa più sorprendente.
La musica di Cocciante non è rimasta ferma negli anni in cui è stata scritta. Ha continuato a viaggiare. È entrata nelle vite di persone diverse, si è trasformata insieme a loro e ogni volta che viene eseguita torna a essere nuova.
Ieri sera, a Cervere, è successo ancora.
E quando le ultime note hanno lasciato spazio agli applausi, è rimasta la sensazione di aver assistito non soltanto a un concerto, ma a un incontro con una parte della memoria musicale italiana.
Riccardo Cocciante ha ottant’anni, ma le sue canzoni continuano a parlare come se fossero state scritte ieri.
Forse perché il tempo, davanti alle canzoni davvero grandi, non vince mai.
Le canzoni cambiano voce, cambiano generazioni, cambiano significato. Ma continuano a vivere.
Photo Credit Elisabetta Canavero





















Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
