Agosto 31, 2026
interpol

A ventiquattro anni da Turn On the Bright Lights, l’esordio che ha contribuito a definire l’indie degli anni Zero, gli Interpol tornano a registrare a New York. Al loro fianco c’è Andrew Wyatt, produttore e soprattutto amico, mentre il nuovo This Mirror Weighs a Ton, in uscita il 28 agosto, guarda al presente senza trasformarsi in un manifesto politico. Sorveglianza, tecnologia, intelligenza artificiale e bisogno di restare ancorati al momento attraversano un disco nato in una città profondamente cambiata, ma ancora centrale nell’identità della band.

Daniel Kessler, chitarrista e co-fondatore degli Interpol, racconta che il suo modo di scrivere non è cambiato molto negli anni. «Scrivo canzoni più o meno nello stesso modo da quando ero adolescente», spiega. La giornata può cominciare con una chitarra classica, un film e un caffè. Un’abitudine quotidiana, quasi un rito, che per Kessler rappresenta ancora uno dei piaceri più autentici. «Alcuni giorni arrivano le idee, altri no. Per me scrivere musica è un bisogno profondo, e per Paul è lo stesso». Il fatto che continuino a farlo senza percepirlo come un lavoro, aggiunge, è probabilmente una delle ragioni per cui gli Interpol esistono ancora.

Un nuovo compagno di studio

La collaborazione con Andrew Wyatt rappresenta una delle novità del disco. Il produttore, abituato anche a lavorare nel pop internazionale, porta in studio competenze molto diverse da quelle di Kessler. «È un musicista straordinario», dice il chitarrista, ricordandone la capacità negli arrangiamenti e la conoscenza della teoria musicale. Kessler, al contrario, descrive il proprio approccio come istintivo: quando suona non pensa necessariamente alle note.

È proprio questa complementarità ad aver funzionato. Kessler racconta che, fin dagli inizi degli Interpol, la scelta dei musicisti non è mai stata basata semplicemente sulla tecnica. Cercava persone con «una sensibilità musicale interessante» e un particolare modo di guardare il mondo. Wyatt, secondo lui, appartiene esattamente a questa categoria. Lavorare con un amico poteva essere rischioso, ma la collaborazione è diventata rapidamente naturale.

Un disco che riflette il presente

La copertina di This Mirror Weighs a Ton, un’opera di Addie Wagenknecht, suggerisce una riflessione sulla sorveglianza. Kessler chiarisce però che gli Interpol non hanno mai costruito la propria identità intorno a una posizione politica esplicita. I testi sono scritti da Paul Banks e, pur avendo opinioni politiche personali, i membri della band non hanno mai cercato di trasformare il gruppo in uno strumento di attivismo.

Questa volta, però, il contesto storico è entrato inevitabilmente nelle canzoni. «Viviamo tempi strani, difficili, incerti», osserva Kessler. La sensazione di essere costantemente osservati è parte di questa realtà: telecamere, dati e tracce digitali rendono sempre più difficile distinguere ciò che resta privato da ciò che viene registrato. Anche ciò che affidiamo alla rete può diventare permanente.

L’ansia per l’intelligenza artificiale

Il discorso si allarga all’intelligenza artificiale, tema sul quale Kessler e Banks hanno già espresso preoccupazione. Il chitarrista guarda soprattutto alla velocità del cambiamento. Cinque anni fa l’AI sembrava ancora qualcosa di lontano; oggi è diventata parte del linguaggio quotidiano. La domanda, quindi, è soprattutto cosa succederà nei prossimi cinque anni.

Kessler non si considera un appassionato delle ultime tecnologie. Anzi, dice di essere già sorpreso dalla possibilità di comunicare istantaneamente tra Stati Uniti e Italia attraverso un telefono. E non è convinto che ogni ulteriore innovazione renda necessariamente migliore la vita.

Da qui nasce anche una riflessione generazionale. Kessler è grato di aver vissuto un periodo in cui la tecnologia era meno pervasiva e i rapporti sociali meno continuamente interrotti da notifiche e possibilità alternative. Ricorda la New York dei primi anni Duemila: si usciva senza sapere esattamente cosa sarebbe successo, si incontravano persone per caso e gran parte dell’esperienza nasceva dall’imprevisto. Non vuole trasformare quel ricordo in una nostalgia per un passato idealizzato, ma rivendica il valore di una condizione oggi più difficile da raggiungere: essere davvero presenti.

Tornare a New York

È forse questo il filo che lega maggiormente il disco alla città in cui è stato registrato. Per Kessler, vivere il presente è quasi un principio di vita. Riuscire a concentrarsi sulla musica o sugli amici senza pensare continuamente a ciò che viene dopo significa, semplicemente, stare bene.

La stessa logica vale per il lavoro collettivo. Una band funziona quando i musicisti riescono a reagire l’uno all’altro, anche quando qualcosa accade in modo spontaneo e irripetibile. Registrare quel momento permette poi di tornarci sopra. È una delle ragioni per cui, secondo Kessler, esistono le band e le collaborazioni.

New York, nel frattempo, è cambiata profondamente. Ma continua a essere casa. «Una delle cose che impari, da newyorkese, è che questa è una città che cambia di continuo», racconta. La strategia migliore è assecondare quei cambiamenti, perché cercare di opporvisi è quasi inutile. Registrare il nuovo album lì, insieme a Wyatt e ai compagni con cui condivide una storia ormai lunga, gli ha dato la sensazione di procedere nella stessa direzione.

L’ombra dell’11 settembre

Il ritorno a New York inevitabilmente riporta anche alla memoria gli inizi della band. Turn On the Bright Lights arrivò in un momento segnato dalle conseguenze dell’11 settembre. Kessler racconta di aver vissuto direttamente quei giorni, descrivendoli come traumatici e capaci di cambiare la storia.

Le canzoni del primo album erano però già in gran parte composte prima degli attentati: anche “NYC”, uno dei brani simbolo del disco, esisteva già. Gli Interpol stavano per entrare in studio, mentre la band era vicina a ottenere il primo contratto discografico dopo anni di attività.

Il disco venne quindi registrato pochi mesi dopo, dentro un clima di dolore e incertezza. E proprio quell’esperienza, secondo Kessler, ha lasciato una lezione ancora valida: quando il mondo intorno diventa imprevedibile, avere un progetto creativo in cui rifugiarsi e al quale dedicare tutta la propria attenzione può diventare una forma di gratitudine. Anche oggi, ventiquattro anni dopo, è forse questo uno dei motivi per cui gli Interpol continuano a fare musica.

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