Agosto 20, 2026
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Ci sono artisti che accompagnano una stagione della vita e altri che finiscono per attraversarla tutta. Francesco Guccini appartiene a questa seconda categoria. Oggi, con la sua scomparsa, resta un vuoto enorme nella cultura italiana, ma anche un’eredità fatta di canzoni, romanzi e soprattutto parole. Quelle che, fino all’ultimo, ha continuato a scegliere con la cura di sempre.

Il suo ultimo libro, Calde le pere!, uscirà postumo a settembre per Giunti. È il lavoro al quale ha continuato a dedicarsi fino agli ultimi giorni, affiancato dall’editor Paolo Iacuzzi. E oggi quelle dichiarazioni, rilasciate il 23 luglio scorso, assumono il valore di un autentico testamento spirituale.

«Quando mi abbandono all’immaginazione poetica della brezza che dalla sorgente del Reno sull’Appennino pistoiese spira attraverso boschi e prati – raccontava – ho voluto nominare erbe, fiori e frutti con gli stessi termini pavanesi che si ritrovano nelle Cronache epafàniche e in Tralummescuro, perché le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose».

In quella frase c’è forse tutto Guccini: il rispetto per la memoria, l’amore per il dialetto, il legame profondo con Pavana e con il Reno, il fiume della sua vita. Un luogo reale e simbolico, che nelle sue canzoni e nei suoi libri è diventato geografia dell’anima.

Raccontando la nascita di Calde le pere!, Guccini spiegava di essere partito da un vecchio brogliaccio e da due storie popolari che lo avevano affascinato: quella di una ragazza in bicicletta e quella di una giovane rimasta incinta facendo il bagno nel Reno. Da lì aveva costruito una narrazione fatta di quadri, con ironia e gusto teatrale, nel solco degli autori che più amava, da Laurence Sterne a Jerome K. Jerome.

E ancora una volta tornava a Pavana, alle sue radici, al valore delle parole tramandate di generazione in generazione. «È importante per me conservare le parole del dialetto, salvare tutti quei nomi», diceva. Perché perdere una parola significa perdere un modo di guardare il mondo.

Non ho mai avuto il privilegio di incontrarlo né tantomeno di intervistarlo. Eppure, come accade con i grandi narratori, Guccini ha fatto parte della mia vita. Ci sono letteralmente cresciuta, grazie ai miei fratelli, molto più grandi di me, che ne ascoltavano i dischi e ne conoscevano ogni verso. Così la sua storia si è intrecciata, quasi naturalmente, alla mia.

Le sue canzoni mi hanno insegnato che la cultura può essere popolare senza essere superficiale, che la memoria è una forma di resistenza e che le parole non sono mai semplici strumenti, ma luoghi da abitare.

Forse è proprio questo il lascito più prezioso che ci consegna oggi. In un tempo che consuma tutto in fretta, Guccini ci ricorda che le parole hanno un peso, un suono, una storia. E che è proprio attraverso quelle parole che impariamo ad amare le persone, i luoghi e la vita stessa.

Nel suo pensiero ho sempre ritrovato anche una mia personale idea di resistenza: quella che passa dalla memoria, dalla curiosità, dalla capacità di non rinunciare mai alla complessità. Per questo, oggi, non se ne va soltanto un cantautore o uno scrittore. Se ne va una voce che ha insegnato a intere generazioni a guardare il mondo con occhi più attenti e con un vocabolario più ricco. E forse non c’è modo migliore per ricordarlo che custodire proprio ciò che lui ha difeso fino all’ultimo: il valore delle parole.

Articolo a cura di Angela Todaro

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