Dagli anni di Bob Dylan, Patti Smith e Sting tra le vigne delle Langhe all’era dei grandi concerti in Piazza Medford: storia di una trasformazione che ha diviso pubblico e addetti ai lavori.
A un certo punto Collisioni ha smesso di essere un festival ed è diventato un evento.
La differenza sembra sottile, ma è enorme.
Nel suo momento migliore, quello delle colline di Barolo, Collisioni era una delle idee culturali più ambiziose mai nate in provincia italiana. Non perché portasse semplicemente grandi artisti. Ma perché riusciva a fare qualcosa che nessun altro faceva: trasformare un piccolo paese delle Langhe in un luogo dove la musica, la letteratura e il pensiero contemporaneo si incontravano davvero.
Nel giro di pochi anni arrivarono Bob Dylan, Patti Smith, Sting, Mark Knopfler, Elton John, Robbie Williams, Placebo, Eddie Vedder, The Offspring. Sul versante letterario e culturale passarono Paul Auster, Salman Rushdie, Don DeLillo, Michel Houellebecq, Daniel Pennac, Wole Soyinka, Alessandro Baricco. Non erano ospiti decorativi: erano il cuore di un progetto che rivendicava una visione internazionale.
Oggi quella visione sembra lontanissima.
Collisioni 2026 si svolge ormai stabilmente ad Alba, in Piazza Medford, uno spazio certamente più funzionale e capace di accogliere grandi numeri. Ma proprio lì emerge il problema: la funzionalità ha sostituito l’identità.
Per anni gli organizzatori hanno raccontato Collisioni come un miracolo culturale nato tra le vigne. E avevano ragione. Barolo non era una scenografia. Era il significato stesso del festival.
Vedere Bob Dylan suonare tra le colline del vino più famoso d’Italia aveva un valore simbolico enorme. Vedere Patti Smith discutere di poesia in una piazza di provincia aveva un senso preciso. Collisioni era l’improbabile che diventava possibile.
Ad Alba, invece, il festival ha progressivamente assunto le sembianze di una macchina da concerti perfettamente oliata. Più efficiente, più sicura, più redditizia. Ma anche molto più prevedibile.
La mutazione è evidente osservando le lineup degli ultimi anni. Se il Collisioni di Barolo cercava di dialogare con la storia della musica e della cultura contemporanea, il Collisioni di oggi sembra inseguire soprattutto le classifiche, i trend social e il consumo veloce dell’intrattenimento. Non è una questione generazionale. Non è il solito discorso del “si stava meglio prima”. È una questione di ambizione.
I grandi festival europei costruiscono identità.
Collisioni un tempo era un’identità.
Oggi sembra un contenitore.
La differenza è che un’identità può cambiare mantenendo una direzione. Un contenitore, invece, può ospitare qualsiasi cosa.
E infatti il vecchio slogan “AgriRock” appare sempre più come un reperto archeologico. Nato per descrivere l’incontro tra cultura alta, musica popolare e territorio, oggi sopravvive come un’etichetta svuotata del suo significato originario. Mentre il festival continua a definirsi uno spazio di dialogo tra musica e parole, la dimensione urbana e concertistica ha ormai preso il sopravvento sul resto.
La domanda, allora, non è se Collisioni abbia ancora successo.
I numeri continuano a premiarlo.
La domanda è un’altra: se togliessimo il nome “Collisioni” dal cartellone del 2026, cosa resterebbe che lo distingue da decine di altri festival estivi italiani?
La risposta è scomoda.
Molto meno di quanto gli organizzatori vorrebbero ammettere.
Perché il vero patrimonio di Collisioni non erano i biglietti venduti né le presenze registrate. Era l’idea. Era la sensazione che, per qualche giorno all’anno, il centro del mondo potesse trovarsi tra le vigne delle Langhe.
Quell’idea oggi sembra essersi persa lungo la strada che da Barolo porta ad Alba.
E quando un festival perde la propria eccezione, rischia di perdere anche la propria ragione d’essere.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit Copertina Vincenzo Nicolello
