Maggio 19, 2026
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Silvano Albanese, meglio conosciuto come Coez, è uno di quei rari artisti che sembra non cambiare mai, ma nel modo giusto.

Il suo nuovo album, 1998, uscito il 13 giugno è un disco che ha il sapore di qualcosa che non tornerà mai più, ma che rimane sospeso, come una vecchia foto sbiadita che ti fa venire voglia di guardarla, ma anche di voltare pagina. Coez non si rifugia nel passato per nostalgia, ma ci si confronta per cercare di capirne il significato, come se stesse facendo i conti con un capitolo che ancora non è del tutto chiuso.

A differenza di altri lavori più sperimentali, 1998 non punta sulla novità, ma su un’emotività più profonda e riflessiva. Le atmosfere anni ’90 sono presenti non solo nella produzione – che gioca con citazioni pop e beat asciutti – ma soprattutto nel modo in cui Coez affronta il tema dei ricordi. Ogni brano è come una foto ritrovata in fondo a un cassetto: a volte chiara, a volte sfocata, ma sempre personale e intima.

Il disco si apre con Nessun tramonto, una ballad che non sorprende ma che tocca subito l’anima. Non ci sono effetti speciali, solo il tono della voce di Coez, che con la sua nostalgia sottile riesce a trasmettere l’emozione senza bisogno di spiegazioni. È il primo passo per entrare in un mondo che non urla, ma resta nel cuore.

Qualcosa di grande è un altro dei brani più riusciti, capace di sintetizzare la dicotomia tra sogno e frustrazione senza cedere alla retorica. È la generazione di Coez raccontata con quella sua tipica disillusione, che non urla ma lascia un senso di vuoto che si avverte sotto la pelle.

In Dentro al fumo, prodotto da Davide Simonetta, l’atmosfera si fa più urban, ma non perde mai quella fragilità che caratterizza l’intero lavoro. Qui Coez sembra scivolare tra i frammenti della propria esistenza, cercando un senso a ciò che sembra sfuggirgli dalle mani. Non è una novità per lui, ma c’è una consapevolezza diversa, come se il dolore, invece di esplodere, fosse stato lasciato decantare nel tempo.

Ti manca l’aria è una delle tracce più significative per capire il percorso emotivo dell’album. Non ha la forza di un singolo destinato a dominare le classifiche, ma proprio per questo riesce a inserirsi perfettamente nel flusso intimo del disco. La produzione leggera sembra voler nascondere la profondità di un testo che parla di relazioni tossiche, di dipendenze emotive, senza mai sfociare nella disperazione. La voce di Coez è stanca, quasi soffocata, come se l’aria che manca non fosse solo nella canzone, ma anche nella sua gola.

La collaborazione con Riccardo Sinigallia in Non dire no è un momento di grazia pura, che sa come dosare malinconia e dolcezza senza mai risultare forzato. La musica cresce lentamente, come se fosse il contorno perfetto per un testo che si insinua senza farsi sentire troppo.

Il cuore pulsante del disco è Estate 1998, il brano che dà il titolo all’album e che racchiude in sé tutto il significato di 1998. Qui Coez racconta un’adolescenza fatta di fughe in motorino, primi amori e silenzi, ma anche di assenze che non si riescono a colmare. È un pezzo che non cerca la nostalgia a tutti i costi, ma che la coglie nei suoi aspetti più profondi, quelli che fanno parte di ognuno di noi.

Anche i singoli già conosciuti, Mal di te e Ti manca l’aria, trovano una loro coerenza all’interno del disco. Il primo è forse il brano più “Coez classico”, con la sua semplicità nel raccontare dolori quotidiani, mentre il secondo conferma il lato più etereo e introspettivo dell’artista.

In Roma di notte, con Franco126 e Tommaso Paradiso, Coez firma una dichiarazione d’amore disillusa alla capitale, una città vissuta tra luci fioche e periferie, lontano dalle cartoline. Il risultato è una dedica che sa di malinconia, ma anche di affetto, con la città che diventa metafora di una giovinezza che se n’è andata troppo in fretta.

Nella parte finale dell’album, Mr. Nobody è ironico ma con un retrogusto amaro. È il brano di chi ha creduto troppo, ha perso tutto, ma riesce comunque a scherzarci sopra per non soccombere. Senza te è un altro momento di grande onestà emotiva, con una produzione dissonante che accentua il senso di smarrimento di Coez, uno dei picchi più sinceri di tutta la raccolta.

Inverno 1998 chiude il cerchio iniziato con Estate 1998, ma lo fa con una consapevolezza diversa. Il tono è più freddo, le immagini più sfocate, ma c’è una sorta di pace amara che accompagna l’ascolto, come se Coez avesse finalmente accettato il fatto che certe cose sono successe e basta.

A chiudere il disco arriva Il tempo vola, che non è solo il titolo del brano, ma anche un saluto. In questa canzone, Coez sembra guardarsi da fuori, come se stesse dicendo addio a una parte di sé, a un capitolo che finalmente può chiudere. Il beat avvolgente accompagna parole che parlano del peso del tempo, ma anche della leggerezza di chi sa finalmente lasciarlo andare.

In definitiva, 1998 non è un disco perfetto, e forse nemmeno vuole esserlo. Non porta nulla di davvero nuovo, ma ogni traccia è un racconto sincero, che parla di ferite piuttosto che di traguardi. Coez torna alle sue origini, non per nostalgia, ma per necessità. Ed è proprio questo ritorno – forse un po’ sfilacciato, ma comunque autentico – che ci regala ancora qualcosa di importante. Anche quando sembra non dire nulla di nuovo.

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