All’Ippodromo di Milano, Post Malone chiude gli I‑Days 2025 con un live travolgente: meno Nashville e più crossover, tra assoli, birrette condivise col pubblico e fuochi d’artificio. Un concerto che non ti aspetti, ma che ti prende in pieno.
Cosa ci si può aspettare da Post Malone oggi? Domanda complicata. L’artista texano è ormai l’esempio vivente del concetto di metamorfosi musicale: un giorno rapper con le treccine, il giorno dopo crooner country, quello dopo ancora showman con l’anima punk e un bicchiere in mano. E il concerto milanese che ha chiuso gli I-Days 2025—l’ultima tappa italiana del suo Big Ass World Tour—è stato proprio questo: un mix potente, emotivo, incasinato al punto giusto. Uno show che, come Posty stesso, non si lascia imbrigliare da etichette.
Il pubblico, carico già dalle prime luci del tramonto, è arrivato in massa con cappelli da cowboy, stivali e tatuaggi finti (o veri) in faccia, aspettandosi un bagno country dopo l’uscita di F-1 Trillion, l’album che lo ha lanciato nel cuore pulsante dell’America rurale, tra violini, pedal steel e collaborazioni con leggende del genere. Ma ecco la sorpresa: sul palco arriva sì il country, ma fuso, contaminato, stratificato. Post Malone prende quel mondo e lo rimescola con il rock, il soul, il pop e il rap delle sue origini, costruendo un live pieno, sincero, suonato con una band gigantesca che macina ogni nota dal vivo.
Non è solo la musica a tenere alta l’attenzione. “Posty” è puro magnetismo. Parla col pubblico, si inchina, si inginocchia, canta con la faccia quasi a terra. Beve (molto), brinda (spesso) e si lascia andare a momenti di totale coinvolgimento fisico. Durante Pour Me a Drink, si avvicina alle prime file, prende un sorso da un bicchiere di birra offertogli da un fan e lo restituisce con un sorriso complice. Sono gesti che spezzano la distanza tra palco e prato, e che raccontano meglio di mille effetti speciali l’empatia che quest’artista riesce a creare.
Eppure, parlando di effetti, lo show non si è fatto mancare niente: pyrotecnica, schermi giganti, visual mozzafiato, lingue di fuoco e fumo da stadio. Quando parte Sunflower, la violinista in scena si prende il suo spazio in un assolo sospeso tra malinconia e melodia pura. In altri momenti è la chitarra elettrica a diventare protagonista, con assoli da pelle d’oca che tengono insieme tutta quella mistura sonora che è il marchio di fabbrica di Malone oggi.
La scaletta—più corta rispetto ad altre date del tour, ma tirata e senza tempi morti—ha miscelato pezzi storici con i brani dell’ultimo album. Tra le sorprese, l’apparizione sul palco di Jelly Roll (già opening act della serata) per cantare in duo Losers, in un momento di complicità country-hip-hop che ha infiammato il pubblico. E a proposito del pubblico: lo ha acclamato, cantato ogni canzone e riempito le pause con cori come “Sei bellissimo”, che hanno fatto sorridere lo stesso Post.
Nessuna immagine univoca, nessuna posa fissa: Post Malone si muove libero, dentro una scaletta liquida che tiene insieme tutti i suoi mondi, senza mai farli scontrare. Il risultato è un concerto coerente, compatto, sorprendente. Uno spettacolo in cui l’anima dell’artista—e non la moda del momento—decide la direzione del suono.
Che siate arrivati per il country, per i sing-along o per un tuffo nel caos sonoro di Posty, la serata di Milano ha avuto qualcosa per tutti. Una chiusura perfetta per un festival che quest’anno ha mescolato icone e nuove promesse, e che con Post Malone ha trovato il gran finale che meritava: selvaggio, emotivo, potente.
LA SCALETTA
Texas Tea
Wow.
Better Now
Wrong Ones
Go Flex
I Fall Apart
Losers
Goodbyes
What Don’t Belong to Me
I Ain’t Comin’ Back
Circles
White Iverson
Psycho
Pour Me a Drink
Dead at the Honky Tonk
rockstar
I Had Some Help
Sunflower
Congratulations



