Luglio 13, 2026
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I Gorillaz tornano in Italia: due concerti, un nuovo album e la sensazione che siano ancora la band più avanti di tutti

Ci sono gruppi che sopravvivono al tempo. E poi ci sono i Gorillaz, che sembrano attraversarlo deformandolo. Ogni volta che Damon Albarn e Jamie Hewlett riappaiono, il pop cambia leggermente forma: più storto, più contaminato, più difficile da etichettare.

Nel 2026 il collettivo virtuale più famoso del pianeta torna finalmente in Italia con due date che hanno già il sapore dell’evento generazionale. Due concerti attesissimi che riporteranno dal vivo uno dei progetti più visionari degli ultimi vent’anni, capace di passare dall’hip hop al britpop, dall’elettronica africana al synth-pop malinconico senza perdere identità.

E soprattutto senza diventare nostalgia.

Il ritorno italiano arriva in un momento particolarmente fertile per la band. Dopo il successo di Cracker Island, disco pubblicato nel 2023 e diventato rapidamente uno degli album più discussi della loro fase recente, i Gorillaz hanno riacceso quella miscela di culto pop, estetica cyberpunk e songwriting emotivo che li ha resi un caso unico nella storia della musica contemporanea.

Con Cracker Island, Albarn ha costruito un album elegante e tossico, pieno di groove sintetici e paranoia digitale. Un disco che parlava di comunità virtuali, dipendenze emotive e alienazione contemporanea con la leggerezza apparente di una hit radiofonica. Dentro c’era tutto il mondo Gorillaz: collaborazioni improbabili, ritornelli immediati e quella malinconia urbana che da sempre scorre sotto la superficie del progetto.

Brani come Silent Running e Baby Queen hanno mostrato un lato più vulnerabile e notturno della band, mentre New Gold trasformava il funk in qualcosa di claustrofobico e futuristico. La title track con Thundercat, invece, sembrava una festa psichedelica dentro un social network impazzito.

Non tutti lo hanno capito subito. Ma è spesso così con i Gorillaz: i loro dischi migliori tendono a sedimentare lentamente. E oggi molti fan considerano Cracker Island uno dei lavori più solidi dai tempi di Plastic Beach.

Dal vivo, però, il discorso cambia completamente.

Perché i concerti dei Gorillaz non sono semplici show: sono esperienze multimediali dove cartoon, visual distopici, ospiti a sorpresa e una band gigantesca convivono in equilibrio perfetto tra caos e precisione. Sul palco, le canzoni acquistano corpo fisico. Diventano più sporche, più funk, più emotive.

E quando partono Feel Good Inc., Clint Eastwood o On Melancholy Hill, succede ancora qualcosa che pochissimi artisti riescono a ottenere: unire generazioni diverse dentro lo stesso immaginario.

I Gorillaz continuano infatti a essere una band trasversale in modo quasi irripetibile. Chi li seguiva ai tempi di MTV oggi si ritrova accanto a ragazzi cresciuti con TikTok e Spotify, ma il linguaggio rimane universale. Forse perché il progetto di Albarn ha sempre parlato del futuro prima che il futuro arrivasse davvero.

L’estetica virtuale, gli avatar, il concetto di identità fluida, la musica senza confini geografici: tutto quello che oggi è normale, i Gorillaz lo stavano già facendo vent’anni fa.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui il loro ritorno in Italia non ha il sapore della reunion nostalgica. Sembra piuttosto il nuovo capitolo di una band che continua a mutare, a sbagliare, a sperimentare.

Restando, incredibilmente, ancora avanti a quasi tutti.

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