Non è mai semplice vedere la luce laddove tutto ci lascia scorgere buio, o al più penombra.
Eppure uno dei più grandi poeti della canzone del Novecento, Leonard Cohen, ci ha lasciato in eredità una piccola istruzione per l’uso, contenuta in “Anthem”: in ogni cosa c’è una crepa, e da lì, proprio da lì, passa la luce. Non il portone spalancato, non il rettilineo illuminato a giorno: la fessura. Il che, a pensarci bene, è anche una consolazione per i tempi che corrono, perché le fessure, di questi tempi, sono l’unica cosa che non manca.

Perché per tutti coloro le cui idee sono più prossime a quelle dei padri costituenti che non a quelle di chi, in senso negativo, quelle idee ispirò (i fascisti, per essere chiari, da cui l’Italia del 1948 volle prendere esplicitamente le distanze scrivendo la sua Carta dei diritti), i tempi possono apparire sempre più foschi. Nuovi divieti, libertà personali che si assottigliano come il sapone nel lavandino, chiusura sistematica verso il “diverso”, un autoritarismo che torna a bussare con l’educazione di chi sa che la porta, prima o poi, gliela apriranno.
Sembra l’inverno di tutto.
Ma è proprio in tempi come questi che il desiderio umano di libertà lavora meglio: con più forza, con più inventiva, con una creatività che i regimi, per fortuna, non riescono mai a prevedere. Basta ricordare i roentgenizdat, o rëbra, che in russo significa “costole”. Nell’Unione Sovietica del dopoguerra la musica occidentale, rock and roll e jazz in testa, era considerata reazionaria, borghese, non conforme: quindi vietata. E allora cosa fece la gioventù sovietica? Si ingegnò. Recuperò le vecchie lastre radiografiche gettate dagli ospedali, e con apparecchiature artigianali ci incise sopra, copiandoli da dischi e trasmissioni clandestine, i brani proibiti. Il risultato: dischi fragilissimi, di fortuna, che duravano poche riproduzioni, e che si vendevano al mercato nero con il rischio di guai seri con la legge. Su quelle “ossa” sono stati ritrovati “Rock Around the Clock” di Bill Haley & His Comets, i primi singoli dei Beatles e dei Rolling Stones (c’è chi ricorda “Bitch”, incisa esattamente sopra la radiografia di un cranio: più metafora di così non si poteva chiedere), e ancora Ella Fitzgerald e Charlie Parker. Musica del mondo libero stampata sugli scheletri, letteralmente, di quello che libero non era. Il sottotesto è di una poesia crudele: se il potere vuole impedirti di ascoltare, tu ascolterai attraverso le ossa.
La musica, del resto, ha sempre accompagnato e confortato i movimenti rivoluzionari, quelli nati dal basso: spesso spalleggiandoli idealmente, a volte addirittura anticipandoli. Nelle canzoni si annidano i germi, i segnali di ciò che sta per succedere, molto prima che i commentatori in giacca e cravatta se ne accorgano e lo spieghino in prima serata. E qui bisogna avere il coraggio di dire una cosa scomoda soprattutto a quelle generazioni di ex giovani, tra cui chi scrive, cresciute a pane e rock in tutte le sue sfumature: oggi quei segnali, in gran parte, stanno nella trap. Non sarà un genere facile da ascoltare per chi ha ancora in testa un riff di chitarra come unità di misura, e per chi crede che la melodia sia nata nel 1965, ma bisogna riconoscerlo: in quelle strofe a ritmo di drum machine è raccolto buona parte dello scollamento profondo tra il vecchio mondo degli autocrati e dei lobbisti al potere, e un mondo di ragazzi con pochissime prospettive e troppi falsi simulacri indotti. Da noi, per esempio, Ghali con “Cara Italia” ha raccontato con più acume sociale di tanti editoriali il rapporto tra un paese e i suoi figli di seconda generazione, e Massimo Pericolo ha dato voce a una periferia che i telegiornali, di solito, raccontano solo quando succede qualcosa di brutto.
E, guarda caso, quando “succede qualcosa di brutto” i primi a prendere la parola non sono stati gli editorialisti. Dopo gli scontri e le devastazioni di vetrine del weekend scorso a Milano, Marracash, cresciuto alla Barona, ha scritto sui social che “con le buone non cambi le cose”, per poi precisare, di fronte alle critiche, di non voler incitare alla violenza ma di ritenere responsabile l’intera società di ciò che è accaduto. Ghali ha difeso il diritto di protestare, invitando a pensare a chi manifesta pacificamente, mentre Fedez (strano che lo dica proprio lui, in effetti) ha invece rimproverato ai colleghi di celebrare la protesta pur promuovendo, con le loro vetrine di lusso, l’idea di successo contro cui i ragazzi si scagliano. Un rap spaccato in due, insomma: il che, a pensarci, è la miglior prova che il genere non sia una moda, ma un vero laboratorio di idee in cui si litiga sul serio.
Più interessante ancora, a mio avviso, quanto ha detto Willie Peyote due sere fa dal palco del Fabrique di Milano. Ha ammesso di capire chi ripete che la violenza va sempre condannata, ma di non essere d’accordo; ha ricordato che nella sua città non ci si può permettere un pieno di benzina, che gli stipendi sono fermi da trent’anni e che c’è chi parla di riarmo e di mandare i giovani al fronte: roba, a suo dire, ben più violenta. Per poi chiudere, sostenendo che quando ci spaventa di più la violenza sulle cose di quella sulle persone, “è lì che abbiamo perso”. Una frase che, detta da un palco davanti a un pubblico pagante, ha il pregio di non aver bisogno di nessuna drum machine per arrivare a destinazione.

Il rock, comunque, non è morto, e ha ancora qualche carta da giocare. Dal punk e dall’alternative degli anni 2000 viene, ad esempio, “Prayer of the Refugee” dei Rise Against, che con rabbia melodica e senza un grammo di ironia canta la resistenza di chi non ha nulla da perdere. Oppure “Uprising” dei Muse (2009), un invito diretto, quasi un appello, a non lasciarsi controllare e a ribellarsi al potere che ci vorrebbe docili. E se vogliamo chiudere il cerchio con la Russia delle radiografie, c’è la “Punk Prayer” delle Pussy Riot, la performance punk del 2012 nella cattedrale di Mosca, che costò due anni di carcere a due delle sue protagoniste: i dischi sulle costole, mezzo secolo dopo, sono diventati cori e chitarre dentro una chiesa. Cambia il supporto, non cambia la reazione.
Perché alla fine il punto è questo, e vale per ogni epoca, rock o trap che sia: nessun mostro creato dall’uomo può essere eterno. Nessun Golia, per quanto spadroneggi e per quanto gli piaccia ripetere che quella è l’unica realtà possibile, resterà a lungo padrone del campo se ci sarà un Davide a combatterlo. E qualunque Davide, a quanto pare, ha un’abilità particolare: sa trovare la crepa. Quella da cui, come diceva Cohen, la luce riesce a passare.
Rubrica a cura di Stefano Carsen

Sentimentalmente legato al rock, nasco musicalmente e morirò solo dopo parecchi “encore”. Dal prog rock all’alternative via grunge, ogni sfumatura è la mia.
