Prima di salire sul palco, Jan racconta una cosa apparentemente semplice. Nello studio di registrazione del carcere di Bollate, dice, le chiavi gliele consegna un poliziotto.
È un’immagine che contiene quasi tutto quello che c’è da sapere su “30 Op”, il disco realizzato dai detenuti dell’istituto milanese dopo due anni di lavoro. Perché da quelle stesse chiavi nasce una contraddizione interessante: un luogo costruito per separare può diventare, almeno per qualche ora, un posto in cui imparare a raccontarsi. E una persona privata della libertà può ricevere la fiducia necessaria per costruire qualcosa che, invece, è fatto per circolare.
«Che senso avrebbe, allora, insultare la polizia nelle canzoni o continuare a raccontare la vita criminale?», dice Jan, che nel rap è BlackBaby 64. «Il rap, qui, è prima di tutto una questione di fiducia».
Il resto succede nel cortile.
Il palco è circondato dalle mura dell’istituto. Dalle finestre delle celle qualcuno si affaccia, cerca di capire cosa stia succedendo. Poi arrivano le basi, le voci, i bassi. Il suono rimbalza contro il cemento e risale lungo i corridoi. È un concerto, certo, ma anche qualcosa di più difficile da classificare: una restituzione pubblica di un percorso cominciato molto prima di quel pomeriggio.
Jan parla di libertà e cita Michael Jordan. Youssef, con una maglietta “Save Gaza”, alterna provocazione e ironia. Antony, che come artista ha scelto il nome Lemillion, porta sul palco una parte più fragile della propria storia. Alla fine del pezzo abbraccia suo padre. I due si commuovono.
Gringo invece va dritto: barre, rabbia, identità. Soprattutto il rifiuto di una definizione che rischia di diventare una condanna anche dopo la condanna: criminale.
Non tutti quelli che hanno lavorato al disco sono ancora detenuti. Alcuni sono usciti e sono tornati a Bollate per il concerto, per chiudere insieme ai compagni un progetto iniziato quando erano ancora dall’altra parte delle sbarre.
È una delle immagini più forti della serata: persone che sono tornate in carcere non perché costrette, ma perché avevano qualcosa da finire.
Una stanza dentro il carcere
“30 Op” nasce in uno studio allestito all’interno dell’istituto e gestito dagli stessi detenuti. A seguirne la parte musicale è Stefano “Stelo” Aschieri, produttore e direttore artistico. Il disco arriva due anni dopo “Mezz’ora d’aria” e raccoglie il lavoro di un gruppo di persone che hanno trasformato la scrittura in una pratica quotidiana.
Non c’è bisogno di inventarsi il carcere nei testi, perché il carcere è già tutto intorno.
Le canzoni parlano di rabbia, solitudine, errori, relazioni, conseguenze. Ma anche di quello che potrebbe venire dopo. Sono testi che non cercano di nobilitare il crimine e nemmeno di costruire il personaggio del gangster romantico. La detenzione rimane una realtà concreta, con il suo peso e le sue conseguenze.
«Il carcere non è un gioco e il mito del gangster non coincide con la realtà della detenzione», spiega Stelo.
Il titolo nasce dall’articolo 30 dell’Ordinamento Penitenziario, quello relativo ai permessi di necessità. Ma durante il percorso le iniziali “O.P.” hanno assunto un altro significato: opportunità.
È una parola che torna continuamente quando si parla di questo progetto. Opportunità di imparare a usare un microfono, certo. Ma anche di scrivere, collaborare, assumersi responsabilità, imparare una competenza e soprattutto provare a guardare la propria storia senza essere costretti a coincidere per sempre con il proprio errore.
«Non vogliamo costruire personaggi e non vogliamo rendere più semplice o spettacolare la realtà della detenzione», dice Stelo. «I brani raccontano il peso delle decisioni, la solitudine e le difficoltà che possono accompagnare una persona anche dopo la fine della pena».
La rabbia, prima delle rime
Anthony racconta che all’inizio non avrebbe nemmeno cominciato a scrivere se Jan non lo avesse coinvolto.
Quando è entrato in carcere piangeva. Poi sono passati gli anni. A sei mesi dalla scarcerazione, quando avrebbe dovuto essere concentrato sull’idea di tornare fuori, è arrivata un’altra frattura: la sua ragazza lo ha lasciato.
È tornato a piangere.
La scrittura è arrivata in mezzo a quelle due esperienze.
«Jan mi ha spinto a scrivere, a tirare fuori quello che avevo dentro. All’inizio erano soprattutto rabbia e sentimenti molto forti», racconta. Poi qualcosa è cambiato. I testi hanno cominciato ad aprirsi, a parlare di altre cose, a uscire dalla rabbia.
«La rabbia finisce per lasciare spazio ad altro quando trovi qualcuno disposto a darti fiducia».
È difficile pensare a una definizione più precisa di quello che “30 Op” prova a fare.
Fuori dal carcere, senza uscire davvero
Il paradosso è che un disco registrato dietro le sbarre è fatto per andare lontano. Da oggi “30 Op” è disponibile su Spotify per Attitude Recordz, con distribuzione Altafonte Italia.
Alla fine del concerto arrivano anche Ensi, Nerone, Nitro e Mic Tyson. Sono gli ospiti che accompagnano il lancio dell’album, in una giornata in cui il confine tra dentro e fuori diventa meno netto del solito.
Il progetto è stato organizzato e finanziato da Me Next Agency con il sostegno della Cooperativa Articolo 3, che lavora sulla musica come strumento di riscatto sociale.
Per Paola Villani, Federica Parodi e Chiara Maffioletti di Articolo 3, il punto non è semplicemente riempire il tempo dei detenuti.
«Il carcere deve dare opportunità e stimoli. Deve rieducare e inserire nuovamente», spiegano. In un sistema segnato dal sovraffollamento e dalle difficoltà quotidiane degli istituti penitenziari, realtà come Bollate permettono di costruire attività artistiche e culturali che possono, secondo la cooperativa, incidere sulla traiettoria delle persone.
La musica diventa così una cosa molto concreta. Non un diversivo. Non necessariamente una terapia. E nemmeno una scorciatoia per cancellare quello che è successo.
Un lavoro.
Una responsabilità.
Una possibilità.
Il palco e le mura
Bollate è considerato dagli stessi detenuti un istituto con condizioni di vivibilità migliori rispetto ad altre realtà penitenziarie. Qui sono attivi laboratori e progetti culturali e artistici. La possibilità di realizzare un disco nasce anche dalla collaborazione tra i detenuti, chi lavora all’interno del carcere, la direzione e le realtà esterne.
Giorgio Leggieri, direttore dell’istituto, sottolinea proprio il rapporto con il territorio e con la comunità esterna. Secondo il direttore, iniziative come questa possono dare senso alla pena e offrire ai detenuti più giovani occasioni per sviluppare competenze legate alle loro passioni.
Poi il concerto finisce.
I musicisti scendono dal palco. Alcuni torneranno nelle loro celle. Altri, invece, attraverseranno il cancello verso la libertà. Il disco resterà.
Resteranno le voci registrate nello studio, le storie messe in rima, le frasi scritte durante due anni di lavoro. Resterà soprattutto quella parola: opportunità.
Non perché una canzone possa cancellare un reato o rendere meno dura una pena.
Ma perché, qualche volta, il primo passo per cambiare una storia è riuscire a raccontarla con parole diverse.
E a Bollate, almeno per una sera, quelle parole sono arrivate oltre le mura.
Photo Credit Roberto Graziano Moro



