La notte imperfetta del Mediterraneo. Il Salento non è una terra pura. E forse è proprio questa la sua forza.
È una cultura nata dall’imperfezione, modellata da un mare che per secoli ha portato sulle sue rive popoli, lingue, musiche, invasioni, partenze e ritorni. Il Mediterraneo l’ha attraversata e, nel farlo, l’ha contaminata. Ne ha fatto una commistione impossibile da separare nei suoi ingredienti originali. È da questo impasto che arriva la pizzica: una musica che non conserva il passato sotto una campana di vetro, ma lo rimette in circolo, lo sporca ancora, lo fa ballare.
Domani, a Melpignano, in provincia di Lecce, la Notte della Taranta torna per la sua 29ª edizione. E lo fa dentro un anniversario che pesa sulla storia italiana: gli 80 anni della Repubblica, nata dalle macerie della guerra e dalla lotta di partigiani e antifascisti che scelsero di difendere la libertà.
Il concertone prova così a tenere insieme due cose apparentemente lontane: la memoria e il presente. Le radici e la fuga. La tradizione e il rumore del mondo contemporaneo.
A dare una voce a questa tensione sarà Ermal Meta, maestro concertatore di questa edizione. Il suo brano inedito si intitola “Nu simu nienti”, “Non siamo niente”. Un titolo che suona come una provocazione, ma anche come una dichiarazione di appartenenza: l’essere umano contro la pretesa dei grandi poteri di appropriarsi delle terre e delle vite degli altri.
«Nu simu nienti» guarda infatti a ciò che accade oggi, alle terre contese, alla distruzione esercitata in nome di interessi che spesso ignorano chi quelle terre le abita. La pizzica diventa così qualcosa di più di un rito musicale: diventa un modo per raccontare la resistenza di chi non vuole essere cancellato dal luogo a cui appartiene.
Anche l’inno di Mameli, riarrangiato da Meta, entrerà nella serata. Non come una semplice apertura istituzionale, ma come omaggio a ottant’anni di Repubblica. Massimo Bray, presidente della Fondazione Notte della Taranta, ha ricordato il clima di quel 2 giugno 1946, quando la scelta referendaria fu vissuta da molti figli di partigiani e antifascisti come una conquista concreta, quasi fisica: la libertà aveva finalmente un odore.
Ottant’anni dopo, quella stessa parola torna a passare dalla musica.
Perché la Taranta, nel frattempo, ha fatto quello che fanno le tradizioni davvero vive: è cambiata. Ha attraversato generazioni, palchi e confini, trasformando il linguaggio popolare in qualcosa capace di parlare anche al presente. Roberto Sergio, direttore generale della Rai, la definisce una festa popolare capace di rivolgersi a un pubblico vasto. Quest’anno, per la prima volta, arriverà anche in Eurovisione, oltre alla diretta su Rai 3.
E sul palco, naturalmente, ci sarà spazio per tutto il Mediterraneo.
Alessandra Amoroso affronterà “Santu Paulu”, uno dei brani simbolo della Notte della Taranta. Welo, artista salentino, porterà “Core meu” verso territori più rock and roll. Maria Mazzotta metterà in campo quella drammaticità che è una delle sue cifre più riconoscibili. Giulia Vecchio sarà alle prese con “L’acqua de la funtana”. Levante canterà “Beddha ci dormi” in una versione dal respiro lirico.
Poi arriverà Gisela João, voce importante del fado portoghese. Ed è forse proprio nel suo incontro con la musica salentina che il Mediterraneo torna a mostrarsi per quello che è: non una linea che separa, ma una superficie che mescola.
Il fado e la pizzica sono diversi. Il primo più raccolto, la seconda più fisica e corporea. Ma entrambi vengono dalla vita della gente. Parlano di amore, dolore, nostalgia. Cambiano ritmo, cambiano lingua, cambiano gesto, ma raccontano la stessa necessità: dare un suono a ciò che abbiamo dentro.
È questo, alla fine, il senso della Notte della Taranta. Non la nostalgia di un mondo perduto, ma la capacità di trasformare ciò che resta in qualcosa che possa ancora vivere.
La musica nasce dalle persone, dai loro sogni e dalle loro ferite. La tradizione, se vuole sopravvivere, deve accettare di essere contaminata. Di essere imperfetta. Di correre qualche rischio.
Il Salento lo sa bene. È figlio del mare e delle invasioni, delle partenze e degli incontri. E la sua musica porta ancora addosso tutte queste cicatrici.
Per questo la pizzica continua a ballare.
Non come un reperto del passato, ma come un corpo vivo. Da custodire, certo. Ma soprattutto da consegnare alle generazioni che verranno.
